La Russia ha vinto. E altre barzellette…

C'è chi la chiama vittoria, sforando nella propaganda, e continua a tifare per Mosca contro la "squadra di casa". Ormai vale tutto: anche credere che 3 provincie e 1 milione di morti siano un trionfo.

di Gianvito Pipitone

Da qualche giorno su stampa e magazine non allineati, si è fatta strada una narrazione tanto sicura quanto inquietante: la Russia starebbe vincendo la guerra. Non lo si dice con voce grave, come fosse un dato da maneggiare con cautela. Peggio: lo si sbandiera a mo’ di slogan, lo si dà ormai per scontato. Spesso con un ghigno complice, come il solo dirlo fosse una rivincita su Europa e NATO, una sorta di risarcimento simbolico per le delusioni occidentali.
Vorrei sgomberare il campo prima che arrivino gli insulti (e arriveranno, online, eccome se arriveranno) da contesti polarizzati che si nutrono di semplificazioni e tifoserie. Non mi piace l’atteggiamento muscolare e marziale che la NATO ha assunto da quando si è messa in posa da Rearm EU. Non sono tra quelli che si schierano per la terza guerra mondiale. Mi vanto di appartenere a quella categoria che non muoverebbe la guerra nemmeno su Risiko. Quindi no, non sto dalla parte dell’Occidente in questa sciagurata continuazione del massacro russo-ucraino. Sono, se è ancora lecito dirlo, dalla parte della pace e della diplomazia, oltre che della democrazia.
Ma proprio per questo, da europeo, non mi verrebbe mai in mente di parteggiare per la Russia. E ancor meno di decretare d’ufficio un vincitore. Al limite, mi indignerei, e parecchio, con chi è chiamato a difendere i miei interessi: NATO e Unione Europea. Con loro me la dovrei prendere quando, invece di usare l’ultimo metro di diplomazia rimasto, si armano ringhiando ai confini dell’impero.
Ma una cosa non mi verrebbe mai in mente: proclamare vincitrice la Russia in questo momento. Non è provato, non è vero. E francamente, non si capisce perché dovrei sostenere una bugia, o una mezza verità non dimostrata sul campo. A meno che non ci siano interessi. E qui mi fermo.
Purtroppo la “vittoria” per molti è diventata un mantra da ripetere. Non si misura in territori, né in trattati. Si misura in narrazioni: chi controlla il racconto, controlla il senso. È cioè il proprietario della palla: quando se ne va, non si gioca più.
E allora eccola, la Russia vincente. Con un’economia sotto sanzioni, in affanno, con l’inflazione che ha superato il 10% e i tassi d’interesse al 20. Con un esercito logorato, e perdite stimate in oltre un milione di uomini tra morti e feriti, mentre il Cremlino continua a non fornire cifre ufficiali.
Con mari che non controlla più: il Mar Nero è diventato un campo di droni e sabotaggi, il Mar Caspio un mercato multipolare dove chi offre di più prende, il Mar Baltico un corridoio NATO armato e sorvegliato. Senza contare il magro bilancio di quattro anni di massacri al fronte per guadagnare tre province, al costo umano che conosciamo. Anzi immaginiamo.
La guerra in realtà è in una fase di stallo dinamico: Mosca guadagna terreno con attacchi mirati, mentre Kiev resiste e contrattacca. Ma il costo umano e infrastrutturale è altissimo da entrambe le parti. Parlare di “vittoria” oggi significa ignorare la devastazione in corso.
Ma ha vinto. Per questi signori ha vinto. Lo dice la propaganda. Lo ripete chi ha deciso che la realtà è un’opinione.
Ovviamente non ha perso. Mosca non è sparita. E probabilmente non è nemmeno in affanno, come la propaganda opposta vorrebbe far credere. Ma non è più una potenza schiacciante. Non detta più le regole. Non incute più quel timore reverenziale che una volta bastava a zittire i vicini.
E se tutto questo, che dovrebbe essere dettato dal buonsenso e non da parzialità, non basta a far rinsavire i pro Putin, allora il problema è altrove. Non nei dati. Ma nel desiderio di crederci comunque.
Non c’è bisogno di dirlo, i generali da tastiera sono ormai ovunque e parteggiano per l’una come per l’altra parte. Da un lato, c’ è chi in Europa invoca la guerra totale, con toni da crociata. Con una leggerezza disarmante. Ecco, io uno così non lo vorrei nemmeno per compagno di processione.
Dall’altro chi schierandosi in maniera asimmetrica, si prodiga quotidianamente in adulazioni verso Putin, mentre non perde occasione per sbeffeggiare gli ucraini e ogni parola di Zelensky diventa come fosse un reality. Ultima: la sua richiesta a Trump di “far finire anche questa guerra”. Una frase che abbiamo pensato tutti, nel silenzio, quando a Gaza qualche giorno fa sembrava finalmente reale l’opzione della tregua. Ma se la dice lui, allora è “ridicolo”. Perché Zelensky è il cattivo da ridicolizzare a ogni costo. Oltre che ebreo. E pure nazista.
Non si finisce mai di criticare l’atteggiamento marziale della NATO. Le dichiarazioni di guerra mascherate da diplomazia. Le posture muscolari che sembrano scritte da generali in pensione. Macron su tutti, con il suo tono da imperatore stanco, alla fine della sua decadenza. L’Europa che parla come se dovesse invadere, non negoziare. La NATO che sembra più una sceneggiatura che una strategia.
Ma proprio per questo, non possiamo accettare che la critica all’Occidente diventi apologia di Mosca. O che l’odio per Bruxelles diventi amore per il Cremlino. Che la stanchezza diventi complicità.
A meno che… non ci piaccia davvero, in fondo, l’idea di un potere che non deve chiedere mai. Che bombarda, reprime e vince (e certo, deve vincere, altrimenti la narrazione crolla). Che non si giustifica, non si spiega, non si negozia. E che non ha bisogno di consenso, perché per quel sistema basta la paura.
Se è così: diciamolo chiaramente. Così almeno sappiamo con chi stiamo parlando.