di Michele Rignanese –
Ciò che sta accadendo oggi ai curdi in Siria non può essere liquidato come una semplice “crisi politica” o come una fisiologica fase di assestamento dopo anni di guerra. È il risultato di un tradimento internazionale, di una violenza sistematica contro la popolazione civile e di un processo di cancellazione politica e demografica che colpisce un popolo dopo che questo ha pagato il prezzo più alto nella lotta contro lo Stato Islamico. I curdi siriani, protagonisti decisivi della sconfitta dell’ISIS, sono ora lasciati soli, sotto le bombe, senza protezione diplomatica, mentre il mondo volta lo sguardo altrove.
Nel nord-est della Siria, durante gli anni più duri della guerra civile, era nata un’esperienza politica rara per il Medio Oriente. Il Rojava aveva tentato una strada diversa: autogoverno locale, convivenza tra etnie e religioni, partecipazione delle donne alla vita politica e sociale. Non era un modello perfetto, ma una realtà concreta costruita nel caos, sotto assedio, mentre il resto del Paese sprofondava nella violenza. Quell’esperienza non è stata superata da un confronto politico o da una scelta democratica: è stata soffocata con la forza. Il ritorno del controllo centrale di Damasco, le pressioni regionali e l’assenza di qualsiasi tutela internazionale hanno imposto la fine dell’autonomia curda, non per volontà, ma per costrizione militare.
Tra il 2014 e il 2019, mentre molte capitali occidentali esitavano, i curdi combattevano. Casa per casa, spesso corpo a corpo. Kobane, Raqqa, Manbij non sono nomi astratti su una mappa: sono città liberate grazie al sacrificio di migliaia di combattenti curdi. Le Forze Democratiche Siriane, a guida curda, hanno rappresentato la spina dorsale della guerra contro l’ISIS. Senza di loro lo Stato Islamico non sarebbe stato sconfitto. Quella battaglia non fu combattuta solo per la Siria, ma anche per Parigi, Roma e Bruxelles. Eppure oggi quel sacrificio non pesa nulla ai tavoli diplomatici.
Gli Stati Uniti hanno armato, addestrato e sostenuto i curdi come forza di terra contro l’ISIS. Poi, a missione conclusa, li hanno abbandonati. Il ritiro militare americano non è stato un atto neutrale: ha aperto la strada a nuove offensive, repressioni e bombardamenti. Ha lanciato un messaggio inequivocabile: chi combatte per l’Occidente è sacrificabile. Per i curdi non si tratta solo di un fallimento politico, ma di un tradimento storico.
Nel frattempo, sul terreno, la tragedia umanitaria continua. Mentre si discute di accordi e di “integrazioni”, quartieri civili vengono bombardati, villaggi rasi al suolo, ospedali e scuole colpiti. Bambini uccisi, mutilati, traumatizzati. Intere famiglie cancellate. Migliaia di minori crescono senza istruzione, senza cure, senza futuro, intrappolati in campi sovraffollati o costretti alla fuga. Questa non è una conseguenza inevitabile della guerra: è violenza strutturale contro una popolazione civile.
In molte aree le operazioni militari e le repressioni assumono i contorni di uno sterminio silenzioso: esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, sparizioni forzate, trasferimenti coatti. Tutto in violazione del diritto internazionale umanitario. Tutto sotto gli occhi del mondo.
La tragedia dei curdi non è causata solo dalle armi che li colpiscono, ma anche dal silenzio che li circonda. Nessuna sanzione efficace, nessuna protezione reale, nessuna pressione politica credibile. Chi ieri li celebrava come eroi nella lotta contro l’ISIS oggi li considera un problema da gestire o, più semplicemente, da ignorare. Questo silenzio non è neutrale: è complicità per omissione.
Oggi i curdi siriani rischiano non solo la perdita dei diritti politici, ma la cancellazione della loro presenza sul territorio. Dopo aver fermato uno dei movimenti terroristici più brutali della storia recente, vengono spinti ai margini, repressi e dispersi. La loro vicenda è una lezione brutale sulla geopolitica contemporanea: chi combatte per i valori proclamati dall’Occidente può essere abbandonato senza conseguenze. E mentre il mondo guarda altrove, un popolo intero continua a morire.
















