La “soffocante” presenza cinese in Africa

di Giuseppe Gagliano

La migrazione cinese verso l’Africa è motivo di preoccupazione per l’occidente, che vede la Cina prendere il posto degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Europa come forza dominante postcoloniale. Questa migrazione cinese nel continente africano è spesso descritta come una “invasione” o “incursione”, ma l’uso eccessivo di questi termini promuove una percezione esagerata della presenza cinese in Africa, caratterizzata da un’elevata mobilità.
Le comunicazioni e il commercio indiretto tra Cina e Africa risalgono a più di 3mila anni, come dimostrano i resti di ceramiche cinesi scoperte in varie regioni sparse dell’Africa, come Timbuktu nel Sahel, e la scoperta nel 2002 di una mappa cinese risalente al 1389, chiamata “Da Ming Hun Yi Tu” (mappa del grande impero Ming), che mostra che i navigatori cinesi hanno preceduto di circa un secolo Vasco da Gama e Bartolomeo Diaz. Ma a differenza degli europei, i cinesi hanno lasciato poche tracce dei loro passaggi in Africa. Tuttavia ceramiche cinesi risalenti al XIII Secolo sono state trovate nella provincia di Limpopo (nel nord del Sud Africa) e iscrizioni in caratteri cinesi nella provincia di Città del Capo. Ma per alcuni i primi scambi commerciali e contatti diretti tra Cina e Africa risalgono al XV Secolo quando l’impressionante flotta di oltre 200 navi dell’ammiraglio Zheng He sbarcò nell’Africa orientale e venne a contatto con le tribù di Tanzania, Kenya e Somalia.
La moderna immigrazione dalla Cina all’Africa è sorta sotto Mao Zedong alla fine degli anni ’50. Durante questo periodo l’ideologia comunista di Mao condusse la Cina in Africa per motivi puramente politici, avendo come filo conduttore la solidarietà con i nuovi paesi indipendenti, molti dei quali furono ufficialmente riconosciuti dalla Repubblica Popolare Cinese. I cinesi rimarranno quindi alcuni mesi o addirittura diversi anni sul suolo africano lavorando in vari campi: agricoltura, tecnologia, infrastrutture sanitarie.
La dimostrazione più significativa di questo periodo di relazioni sino-africane è la TAZARA (Ferrovia della Tanzania Zambia), completata nel 1976 e costruita da quasi 20mila lavoratori cinesi, che furono obbligati a ritornare nella loro regione di origine una volta che il loro contratto fosse stato completato. Le riforme economiche cinesi della fine degli anni ’70 e la liberalizzazione delle leggi sull’immigrazione del 1985 daranno nuovo slancio a questa immigrazione cinese in Africa. Oggi la diaspora cinese è considerata uno dei principali attori dell’espansione economica e dell’influenza strategica della Cina sul scena internazionale.
I migranti con lavoro temporaneo sono divisi in due sottogruppi, lavoratori semiqualificati, il più delle volte provenienti da zone rurali e rurali per lavorare su grandi progetti, e lavoratori qualificati, inviati da agenzie governative centrali e provinciali a svolgere funzioni diplomatiche, gestionali e di consulenza in diversi settori.
Poi vi sono i piccoli imprenditori: coloro che sono giunti in Africa alla ricerca di un futuro migliore o quelli che hanno deciso di rimanere dopo la fine del contratto in società con affiliazioni statali, ed infine i migranti di transito che ritornano nel continente africano.
Numerosi studiosi ritengono che ci siano due approcci possibili: il primo ritiene che questa presenza cinese abbia un impatto molto positivo; il secondo approccio sostiene al contrario che questa presenza non apporti alcun valore aggiunto qualitativo alle popolazioni che frequenta ma al contrario abbia un impatto negativo sulla società.
Al di là di queste valutazioni, secondo il Ministero del Commercio cinese oggi le Pmi cinesi in Africa sono poco meno di 4mila, ma uno studio del 2017 condotto congiuntamente dal China Africa Business Council (CABC) e dal gabinetto Mckinsey Africa stima che sarebbero più raddoppiate. Il CABC conta attualmente 800 membri, di cui 400 presenti in Africa e principalmente PMI. Queste società operano in 51 paesi e hanno investito cumulativamente più di 10 miliardi di dollari in 45 di questi. Hanno creato oltre 105mila posti di lavoro diretti e forniscono lavoro indirettamente a 1,6 milioni di persone in tutto il continente. Lo studio di Mckinsey Africa rileva che il coinvolgimento cinese in Africa è molto più diversificato di quanto suggerito da studi precedenti. Oggi ci sono più di 10mila aziende cinesi presenti in Africa, cioè quattro volte le cifre delle stime precedenti e circa il 90% di esse sono società private che operano in settori ben diversificati.
Questo studio, condotto in otto paesi che rappresentano circa i due terzi del PIL dell’Africa sub-sahariana, rileva che il numero di società private e la quantità di investimenti che fanno in Africa stanno aumentando simultaneamente, portando la diaspora cinese a fare dell’Africa una delle nazioni più economicamente rappresentative. Tuttavia lo stesso rapporto descrive alcuni limiti di queste attività commerciali cinesi che rallentano la vera crescita delle economie. Infatti le organizzazioni di commercianti e industriali locali vedono la presenza cinese come una minaccia per la quale non erano preparati. Queste organizzazioni denunciano la concorrenza sleale perché i cinesi hanno rilevato la vendita diretta di piccole imprese (camicie, scarpe, giocattoli, vari piccoli accessori). Nel gennaio 2013 per esempio i commercianti nigeriani con sede nel distretto centrale degli affari dell’isola di Lagos hanno inviato una lettera di denuncia formale al Ministro del Commercio per denunciare la proliferazione di società cinesi sui mercati di Balogun (Great Nigeria Insurance House), a Idunmota ed Ereko, dove le attività commerciali locali erano quasi paralizzate. Nel 2014 in Ghana molti fornitori ghanesi di scarpe cinesi (Rocky Shoes, Manager Shoes e Royal Shoes) hanno dovuto interrompere le loro attività a causa di questa concorrenza sleale.
Inoltre il carattere criminale e mafioso di alcuni residenti cinesi che svolgono attività di contrabbando ben organizzate sta diventando sempre più ricorrente. Il Kenya ha ordinato l’espulsione di 200 cittadini cinesi che erano impegnati in attività commerciali illegali e non avevano un permesso di soggiorno valido. Ma in un momento in cui i commercianti locali denunciano quasi ovunque la soffocante presenza dei cinesi, alcuni consumatori la vedono come una vera benedizione. Questo è ad esempio il caso dell’Associazione dei consumatori senegalesi (ASCOSEN) e di diverse organizzazioni e sindacati per i diritti umani che avevano organizzato una contro dimostrazione, a seguito di quella dei commercianti, per sostenere i cinesi la cui presenza sul mercato ha rafforzato il potere d’acquisto dei consumatori sostenendo così l’idea che questa presenza cinese è lungi dall’essere una minaccia per l’economia nazionale.
Sotto il profilo culturale gli Istituti Confucio creati nel 2004 rappresentano uno dei veri successi del soft power cinese e il miglior veicolo per avvicinare le popolazioni africane alla cultura cinese. Il primo è stato lanciato a Nairobi, in Kenya, sul modello delle Alleanze Francesi, del Goethe Institute e del British Council. Gli Istituti Confucio sono sviluppati come istituti culturali pubblici senza fini di lucro, con la missione di insegnare il mandarino e diffondere la cultura cinese. Oggi ci sono circa quaranta centri di questo tipo in Africa. L’obiettivo a medio e lungo termine di Pechino è quello di aprire il maggior numero possibile di questi stabilimenti in Africa allo scopo di implementare la propria influenza.

FontI:
– Francois Bart, “Chine et Afrique, une longue histoire, une nouvelle donne géographique“.
McKinsey Africa, June 2017.