di Yari Lepre Marrani –
Milano è una città di grande luce e di ombre sulfuree, le sue capacità di attrarre gli uomini sono direttamente proporzionali al fascino finanziario che la città esercita su coloro la cui ambizione li spinge a cercare prosperità e successo in quella che è la vera capitale economica d’Italia. Ma i grandi palazzi lasciano sempre grandi ombre: una città come Milano ha conosciuto, più di altre, la gloria e la tragedia storica, i trionfi dell’intelletto e alcuni tra gli episodi più foschi e spiritualmente impenetrabili del consorzio umano, sempre pronto quest’ultimo ad accusare o inquisire, spinto dalla paura, dall’odio, dalla ricerca di una giustizia diafana che, spesso, giustizia non è. Milano è la città di Tangentopoli. Milano è la città che conobbe uno dei più grandi errori giudiziari partoriti nel seno di quella peste “manzoniana” del 1630 il cui ricordo ancor oggi si incunea nella memoria dei milanesi con un ineffabile terrore e orrore. Se nella storia di Milano c’è stato un evento che ha segnato il cuore pulsante della città, non possiamo non riconoscerlo in quell’anno, il 1630, in quella furia vendicativa di cittadini e giudici che, di fronte alla paura della morte, cercarono e sciaguratamente trovarono un capro espiatorio sul quale riporre quei disgraziati sentimenti di odio e angoscia che solo un’epidemia può ingenerare.
Facciamo dunque un salto indietro di quattro secolo: la peste del 1630 fu un’epidemia di peste bubbonica diffusasi in Italia nel periodo tra il 1629 e il 1633 che colpì diverse zone del Settentrione, con la massima diffusione nell’anno 1630. Il Ducato di Milano, e quindi la sua capitale, fu uno degli Stati più gravemente colpiti. L’Italia settentrionale, tra il 1630 e il 1631, vide più di 1.100.000 di vittime. Milano fu colpita atrocemente. E atrocemente nacque, sia tra il popolo sia tra le “persone grandi” (i giudici, il Senato di Milano), la necessità di proiettare su figure inesistenti la causa del male pandemico orribile che affliggeva la città. E così nacque la figura, tormentosa e assillante, dell’untore come causa quasi demoniaca della peste.
Il 21 giugno del 1630 fu una tragica mattina di pioggia. Guglielmo Piazza, allora commissario di Sanità del ducato di Milano, fu visto “per disgrazia”, come testualmente scrive Alessandro Manzoni nella Storia della colonna infame (1843), da una donna di nome Caterina Rosa, affacciatasi sul balcone della propria casa. La donna riconobbe nei gesti del Piazza che toccava il muro, dei gesti “sospetti” e avvertì subito le autorità. Fu l’inizio della tragedia dell’ignoranza che genera i mostri. Piazza venne arrestato e immediatamente sottoposto a tortura, essendo i giudici non dubbiosi ma già certi che Piazza fosse un untore, probabilmente assoldato da qualche manigoldo per cagionare la diffusione della peste e quindi la morte in Milano. L’uso della tortura strappò al Piazza la confessione di essere un untore e di aver ricevuto l’unguento pestifero da tale Gian Giacomo Mora. Quest’ultimo, cittadino del ducato di Milano,barbiere, in occasione dell’epidemia di peste che aveva colpito Milano aveva iniziato a produrre (con il consenso dei commissari alla Sanità) un unguento che avrebbe dovuto difendere dal contagio. Molti cittadini lo comprarono e tra questi il commissario di Sanità Guglielmo Piazza che, per la sua particolare posizione, si riteneva più degli altri esposto al contagio. Il Mora, arrestato, negò ogni addebito, ma dopo tortura confessò di essere un untore e di aver dato l’unto malefico da lui prodotto al Piazza perché costui lo diffondesse. Con la confessione estorta sotto tortura e grazie all’indiretta promessa di impunità che i giudici fecero al Piazza se avesse collaborato, il Mora aveva firmato la sua condanna a morte: e che morte! E in che modo! Una precedente, immediata ispezione a casa del barbiere portò al ritrovamento di sostanze che il Mora usava come lozioni per il suo lavoro, ma anche di polveri e sostanze che furono ritenute sospette (soprattutto un recipiente nel retrobottega contenente acqua e una sostanza non ben identificata sul fondo che alcuni ritennero fosse secrezione di origine umana) e due contenitori pieni di escrementi umani, cosa che insospettì gli ispettori perché la casa aveva il condotto della latrina al piano superiore. Il Mora fu arrestato il 26 giugno 1630, cinque giorni dopo l’arresto del Piazza; giudicato colpevole e nemico della Patria, fu barbaramente giustiziato assieme al suo principale accusatore Piazza il 1 agosto 1630, con un crudele supplizio pubblico. La sua casa fu rasa al suolo e al posto di essa, il Senato incrudelì la condanna ex post con l’ordine di costruire una stele detta infame, con iscrizione del fatto, dei colpevoli e delle pene inflitte.
Alessandro Manzoni non fu il primo scrittore ad occuparsi del processo ai presunti untori nella Storia della colonna infame: già Pietro Verri (1728 – 1797), tra i massimi esponenti dell’illuminismo italiano, e altresì ritenuto il fondatore della scuola illuministica milanese oltreché dell’Accademia dei Pugni, circolo intellettuale illuministico, iniziale nucleo redazionale del foglio periodico Il Caffè, destinato a diventare il punto di riferimento del riformismo illuministico italiano, ne parlò pietosamente in una delle sue opere maggiori: le Osservazioni sulla tortura, composta nel 1777 (un anno prima dell’abbattimento della colonna infame) e pubblicata postuma nel 1804. Tornando su un argomento che era stato trattato, su suo consiglio, anche dal Beccaria, nel libro Dei delitti e delle pene, Verri esaminò “la pratica criminale della tortura” e “l’insidioso raggiro nei processi che segretamente si fanno nel carcere”. L’autore concentrò il suo saggio sul postulato che i giudici non si sono lasciati smuovere dalle abitudini di un’errata legislazione: era pertanto necessario confortare la razionalità delle discussioni sull’abolizione della tortura con la narrazione di alcuni avvenimenti famigerati dei secoli addietro. Fanatismo e pazzia, a suo giudizio, guidarono i giudizi delle streghe e dei maghi nel Seicento, perciò nel Secolo dei lumi (il XVIII), parlare di tortura poteva sembrare cosa superata. Il Verri conferma che i metodi della procedura criminale usati contro il Piazza e il Mora furono atroci e guidati dalla più nera superstizione e ignoranza. Prosegue con osservazioni preveggenti, illuminate: egli volle mostrare quanto la tortura impedisca di conoscere la verità e che solo i popoli retrogradi per non dire selvaggi, la usano durante le proprie procedure criminali. Suprema necessità, conclude il Verri, è abolire la tortura al fine di una corretta amministrazione della giustizia. E’ fin troppo noto che molti decenni dopo, Manzoni con la Storia della colonna infame, con interesse di storico e di artista, ma con nuovi intendimenti, volle mostrare la barbarie dei giudici e le aberrazioni del processo agli untori. Manzoni stesso ha dichiarato che la barbarie legislativa dei primi decenni del XVII secolo non può giustificare le atrocità commesse dai giudici che condannarono i presunti untori e, da uomo d’arte e di diritto assieme, condannò apertamente l’operato di quei giudici che condannarono. Verri e Manzoni vollero dimostrare che, in determinate circostanze drammatiche per un popolo, quale può essere l’espandersi di un’epidemia o pandemia, deve prevalere l’accortezza e la lucidità, non quell’ignoranza che si acquista e si perde a proprio piacere, non quella superstizione nefasta che nei momenti più bui della Storia, ne fa derivare i più grandi errori, non solo giudiziari. Il fanatismo è sempre una colpa; se figlio del pensiero di chi deve giudicare assume un carattere di mostruosità.
Oggi Milano è una città di ferro che brilla ma le Colonne di San Lorenzo ricordano ancora, con silente richiesta di perdono, i fatti che portarono alla morte ingiusta di Gian Giacomo Mora. Oggi la città corre ma se qualche curioso si ferma all’angolo tra via Gian Giacomo Mora e Corso di Porta Ticinese, può vedervi una nicchia simile ad una traccia di un passato maledetto. Sotto un piccolo portico, all’angolo di un edificio di recente costruzione, si trova, dal 2005, una scultura moderna di Ruggero Menegon con una luce votiva a pavimento. Vuole simboleggiare una Colonna infame, presente in quel posto dal 1630 al 24 agosto del 1678.
Di fronte alla scultura,esattamente all’angolo dell’edificio, c’è una targa commemorativa dedicata alla vicenda del Mora.
In questa targa il Comune di Milano, chiedendo perdono per l’errore, include una frase del Manzoni, tratta dal saggio storico Storia della Colonna Infame che, per il suo contenuto morale, deve farci riflettere attraverso i secoli: “Qui sorgeva un tempo la casa di Gian Giacomo Mora, ingiustamente torturato e condannato a morte come untore, durante la pestilenza del 1630”.
“E’ un sollievo il pensare che se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a piacere, e non è una scusa, ma una colpa” (A. Manzoni, dalla Storia della colonna infame).












