La Turchia centro di gravità politica multilaterale

di Marcello Beraldi

L’alba del XXI secolo ha svelato la Turchia come un protagonista ineludibile e poliedrico nello scacchiere geopolitico globale. La sua ascesa non è mero riposizionamento, ma una metamorfosi strategica che la vede esercitare un’influenza sempre più incisiva, irradiando la propria proiezione ben oltre i confini tradizionali. La peculiare ambivalenza della sua identità, membro di rilievo dell’Alleanza Atlantica e, al contempo, potenza islamica in rapida espansione militare e culturale, genera un complesso intreccio di opportunità e frizioni, catapultandola in una posizione di centralità nel Nord Africa, nel Medio Oriente, nel conflitto russo-ucraino e, non da ultimo, nel delicato dossier migratorio con l’Europa.
Questa evoluzione non è frutto del caso, ma il risultato di una strategia meticolosamente orchestrata, capace di capitalizzare i vuoti di potere regionali e di proiettare simultaneamente la propria forza militare e il proprio soft power. I convulsi eventi bellici dell’ultimo decennio hanno offerto ad Ankara il palcoscenico per dimostrare le proprie capacità operative e diplomatiche, consolidando una posizione che sfida le categorizzazioni tradizionali.

L’influenza nel Nord Africa: la dimensione libica.
Nel Nord Africa, la Turchia ha sapientemente individuato un terreno fertile per l’espansione della propria influenza, emblematicamente in Libia. L’intervento militare di Ankara a sostegno del Governo di Accordo Nazionale (GNA) a Tripoli, formalmente avviato nel gennaio 2020 con l’invio strategico di consiglieri militari, sistemi d’arma e l’efficace impiego di droni Bayraktar TB2, ha capovolto le sorti del conflitto contro l’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar. Tale operazione ha garantito alla Turchia una posizione di indiscusso privilegio in un paese di cruciale importanza geostrategica per le sue riserve energetiche e la sua collocazione sul Mediterraneo. Ad oggi, a metà 2025, la Turchia mantiene una significativa presenza militare e diplomatica in Libia, supportando il Governo di Unità Nazionale (GNU) subentrato al GNA e consolidando i suoi interessi economici e strategici, in particolare nel settore energetico e delle infrastrutture. L’accordo di demarcazione marittima siglato con il GNA nel novembre 2019 ha ulteriormente cementato le aspirazioni turche nel Mediterraneo orientale, generando notevoli tensioni con attori regionali quali Grecia, Cipro ed Egitto, ma al contempo evidenziando la determinazione di Ankara a tutelare la propria sovranità e i propri interessi economici.

Presenza e pragmatismo nel mosaico mediorientale.
Nel Medio Oriente la Turchia ha dispiegato un ruolo altrettanto sfaccettato e dinamico. La sua politica estera si è contraddistinta per un equilibrato connubio di pragmatismo geopolitico e ambizione ideologica. Si pensi alle operazioni militari transfrontaliere nel nord della Siria – tra cui Operazione Scudo dell’Eufrate (agosto 2016 – marzo 2017), Operazione Ramo d’Olivo (gennaio – marzo 2018) e Operazione Fonte di Pace (ottobre 2019) – volte a stabilire una “zona sicura” lungo il confine, contrastare le milizie curde del YPG (considerate un’estensione del PKK, organizzazione terroristica) e contenere la minaccia dello Stato Islamico. Tali azioni hanno inevitabilmente generato attriti con gli Stati Uniti, alleati delle forze curde nella lotta all’ISIS. A metà 2025, la Turchia mantiene il controllo de facto su significative porzioni del nord della Siria, dove ha consolidato la propria influenza tramite amministrazioni locali e gruppi armati alleati. Le sue operazioni militari continuano a mirare a prevenire l’espansione delle forze curde e a gestire la presenza di gruppi jihadisti residui. Il fattore islamico è intrinseco a questa proiezione: la Turchia si propone non solo come un moderno stato laico, ma anche come un autorevole difensore degli interessi delle comunità musulmane sunnite, cercando di erodere l’influenza di potenze rivali come l’Arabia Saudita e l’Iran in specifiche aree.

Il ruolo di mediatore nel conflitto russo-ucraino: un’anomalia diplomatica.
Con l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, la Turchia ha assunto una funzione di mediatore quasi singolare. Pur essendo un membro fondatore della NATO, ha sapientemente mantenuto un canale di dialogo aperto sia con Kiev che con Mosca, astenendosi dall’applicazione delle sanzioni occidentali contro la Federazione Russa. Questa posizione ha consentito ad Ankara di facilitare iniziative diplomatiche di rilevanza capitale:
• I negoziati di Istanbul (marzo 2022): la Turchia ha ospitato diversi cicli di colloqui diretti tra le delegazioni russa e ucraina, rappresentando il tentativo più concreto di una soluzione diplomatica nelle prime fasi del conflitto. Sebbene non abbiano condotto a una risoluzione definitiva, tali incontri furono cruciali per il mantenimento dei canali comunicativi.
• L’Accordo sul grano del Mar Nero (luglio 2022): frutto di una congiunta iniziativa delle Nazioni Unite e della Turchia, l’accordo ha consentito l’esportazione di milioni di tonnellate di grano e prodotti alimentari bloccati nei porti ucraini. Sebbene l’accordo sia stato sospeso unilateralmente dalla Russia nel luglio 2023, la Turchia ha continuato a lavorare per la sua riattivazione o per l’implementazione di meccanismi alternativi, facilitando, dove possibile, il transito marittimo sicuro nel Mar Nero. La sua rete diplomatica ha permesso di mantenere un dialogo essenziale su questioni critiche come gli scambi di prigionieri, anche dopo l’interruzione formale dell’accordo.
• Gli scambi di prigionieri: la Turchia ha altresì facilitato numerosi scambi di prigionieri di alto profilo tra le parti belligeranti, a riprova della fiducia riposta da Mosca e Kiev nella sua imparzialità come intermediario.
Seppur il conflitto permanga irrisolto, la Turchia si erge come l’unico attore significativo in grado di fungere da facilitatore negoziale e di mantenere un dialogo con ambedue le parti, un’eloquente testimonianza del suo peso diplomatico e della sua posizione unica.

Il sostegno alla causa palestinese: una questione di identità e proiezione.
La Turchia ha costantemente espresso un robusto sostegno alla causa palestinese, posizionandosi come un fervente difensore dei diritti dei palestinesi e un critico intransigente delle politiche israeliane. Tale sostegno, prevalentemente di natura politica e retorica, assume una rilevanza notevole nel mondo islamico e arabo.
• Riconoscimento dello Stato di Palestina: la Turchia riconosce formalmente lo Stato di Palestina e perora la soluzione dei due stati basata sui confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale palestinese.
• Critiche a Israele: il presidente Erdogan e altri alti funzionari turchi hanno frequentemente condannato le azioni israeliane nei territori palestinesi, in particolare durante le escalation di violenza, come avvenuto nel 2014 e nel 2021 a Gaza. A seguito dell’escalation del conflitto a Gaza iniziata nell’ottobre 2023, la Turchia ha intensificato le sue critiche a Israele, definendo le sue azioni come crimini di guerra e sostenendo apertamente le richieste di cessate-il-fuoco e di aiuti umanitari. Questa posizione ha portato a un ulteriore deterioramento delle relazioni diplomatiche con Israele, con reciproche consultazioni degli ambasciatori e sospensione di accordi commerciali. Questo ha talvolta condotto a periodi di forti tensioni diplomatiche con Israele, culminati in reciproche espulsioni di ambasciatori.
• Aiuti umanitari: Ankara ha fornito assistenza umanitaria a Gaza e ha sostenuto l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente).
Sebbene la Turchia non eserciti un ruolo diretto nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il suo sostegno vocale e le sue posizioni pubbliche rafforzano la narrativa di solidarietà pan-islamica e le conferiscono prestigio e influenza tra le popolazioni arabe e musulmane, in linea con la sua aspirazione a essere una potenza regionale di primo piano.

Il ruolo nei processi migratori e le relazioni con l’Europa: una co-dipendenza complessa.
La Turchia ha assunto un ruolo insostituibile nella gestione dei flussi migratori verso l’Europa, fungendo da cruciale “custode” dei confini esterni dell’Unione Europea. Le sue relazioni con il blocco comunitario sono intricate, caratterizzate da una co-dipendenza strategica e da persistenti frizioni.
• L’Accordo Ue-Turchia sulla Migrazione (marzo 2016): questo accordo, siglato in risposta alla crisi migratoria del 2015-2016, ha stabilito che la Turchia avrebbe riammesso i migranti irregolari che arrivavano in Grecia dall’Anatolia, in cambio di miliardi di euro in aiuti finanziari per i rifugiati siriani ospitati in Turchia, un processo di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi e l’accelerazione dei colloqui di adesione all’UE. L’accordo ha significativamente ridotto gli arrivi di migranti in Grecia, dimostrando l’efficacia del ruolo turco.
• Ospitalità di rifugiati: la Turchia ospita attualmente il più grande numero di rifugiati al mondo, con oltre 3,2 milioni di siriani registrati (dato aggiornato a metà 2025, sebbene i numeri possano fluttuare in base ai rimpatri volontari e ai nuovi arrivi), oltre a un numero significativo di afghani, iracheni e altri. Questa enorme responsabilità umanitaria le conferisce una leva negoziale considerevole nei confronti dell’UE, che teme una ripresa incontrollata dei flussi migratori.
• Tensioni ricorrenti: nonostante l’accordo, le relazioni sono state spesso tese. Il Presidente Erdogan ha più volte minacciato di “aprire i cancelli” verso l’Europa in risposta a critiche occidentali sulla sua politica interna o a ritardi nei pagamenti concordati, come avvenuto nel febbraio-marzo 2020 quando migliaia di migranti furono incoraggiati a tentare il passaggio al confine greco. Questa dinamica evidenzia la vulnerabilità dell’Europa e la posizione di forza della Turchia come “gatekeeper”. A metà 2025, le tensioni persistono, con l’Ue che continua a fare affidamento sulla Turchia per la gestione dei flussi, pur esprimendo preoccupazioni riguardo ai diritti umani e allo stato di diritto nel paese. I colloqui per l’adesione all’UE rimangono di fatto congelati, ma la cooperazione pragmatica su dossier di comune interesse, in primis la migrazione, continua ad essere prioritaria per entrambe le parti.
L’ambivalenza del suo status di membro NATO e di potenza islamica in rapida espansione militare rimane il perno del suo nuovo ruolo. Da un lato, l’appartenenza alla NATO fornisce alla Turchia una piattaforma di legittimità internazionale e accesso a tecnologie militari avanzate. Dall’altro, la sua crescente assertività e le sue operazioni militari indipendenti, come l’acquisizione del sistema missilistico russo S-400 nel 2019 (che ha condotto a sanzioni da parte degli Stati Uniti e all’esclusione dal programma F-35), hanno talvolta sottoposto a dura prova i rapporti con gli alleati occidentali. La Turchia, infatti, si è dimostrata capace di agire autonomamente quando ritenuto strategico, perseguendo i propri interessi nazionali con una determinazione che non sempre si allinea con le priorità di Washington o Bruxelles.

In conclusione, la Turchia si è affermata come un attore indispensabile nell’arena geopolitica globale, un “pivot state” in grado di influenzare significativamente gli equilibri di potere nel Nord Africa, nel Medio Oriente, nel contesto del conflitto russo-ucraino e nella complessa gestione dei fenomeni migratori con l’Europa. La sua peculiare capacità di coniugare una solida base militare con una sofisticata diplomazia, pur mantenendo un’identità composita che fonde secolarismo e islamismo, le consente di navigare con destrezza in un ambiente internazionale sempre più volatile. Il suo ruolo continuerà ad essere oggetto di un’attenta e scrupolosa analisi, poiché le sue decisioni e azioni avranno ripercussioni di vasta portata sulla stabilità e la sicurezza di intere regioni. La Turchia non è più un semplice ponte tra Oriente e Occidente; è divenuta un autonomo centro di gravità, dotato di una propria visione strategica e di una propria intrinseca forza.