La Turchia vuole unificare i siriani ribelli, ma fa un buco nell’acqua

di Giuseppe Gagliano

Nonostante i tentativi della Turchia di unificare le varie fazioni siriane anche attraverso il lavoro di intelligence, la situazione in Siria rimane ancora molto complessa. Il 2 novembre il servizio segreto turco aveva infatti esortato le fazioni siriane ribelli a unirsi sotto un unico comando, ma tale invito non ha trovato modo di concretizzarsi. Alcuni osservatori siriani hanno sottolineato che sarebbero state proprio queste fazioni a organizzare l’attentato a Istanbul il 13 novembre, e non il Pkk come affermato da Ankara. Poco prima dell’attacco il ministro dell’Interno turco Süleyman Soylu aveva organizzato un incontro con i principali responsabili dei gruppi siriani nati con l’insurrezione siriana, realtà che vanno dalla minoranza etnica dei turcomanni alle formazioni jihadiste e qaediste. Questi rappresentanti appartengono a Ahrar al-Sham (che si proponeva di rimpiazzare il governo laico di Bashar al-Assad con uno Stato islamico), la divisione Hamza, Sulaimah Shah e Failaq al-Sham, gruppi questi che fino ad oggi non sono stati in grado di unificarsi. Questa mancanza di unità non può che danneggiare naturalmente la Turchia e soprattutto non può far altro che annichilire i tentativi del presidente turco e del direttore dell’intelligence turca di riconciliazione con l’attuale presidente siriano Bashar al-Assad. A tale proposito ad agosto Hakan Fidan, capo del servizio di intelligence turco del MIT, e Ali Mamlouk, capo dell’Ufficio per la sicurezza nazionale siriano, hanno tenuto una riunione a Mosca durante la quale hanno potuto stabilire le condizioni per una futura riconciliazione tra Turchia e Siria. L’incontro è stato seguito da vicino dai servizi di intelligence russi, che lo hanno ospitato presso la sede di Lubyanka, ed è stato la conseguenza di un vertice tripartito che si era tenuto il 19 luglio tra Vladimir Putin, il presidente iraniano Ebhrahim Raisi e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
La Russia ha chiesto alla Turchia il rispetto della sovranità siriana, un calendario per il ritiro delle truppe turche dal territorio siriano, la fine del sostegno turco alle fazioni ribelli, la riapertura dell’autostrada M4 e del valico di Bab al-Hawa, tra Idlib e la Turchia. A sua volta la Turchia, per bocca del direttore dell’intelligence turca, ha riaffermato la volontà di Ankara di salvaguardare una striscia di circa 30-35 km tra due paesi allo scopo di consentire il rimpatrio dei rifugiati siriani; ha inoltre chiesto di intavolare negoziati sulla sicurezza tra Damasco ed Ankara allo scopo di contrastare le forze legate alla filiale siriana del Pkk, e cioè l’Ypg (ala armata del Partito Democratico Curso della Siria e baluardo all’espansione dell’Isis).
Nonostante le richieste della Russia e della Turchia appaiano inconciliabili, Mosca si è detta disponibile a trovare un compromesso. D’altronde la nomina da parte di Damasco di Bashar Jaafari come suo ambasciatore plenipotenziario a Mosca (era stato viceministro degli Esteri dopo aver rappresentato la Siria per diversi anni alle Nazioni Unite) sembra dimostrare la volontà da parte di Mosca di trovare una soluzione di compromesso. Ritornando ai possibili organizzatori dell’attentato terroristico di Istanbul di tre settimane fa, alcuni analisti hanno sottolineato che potrebbe essere responsabile lo Stato Islamico, un’azione che ha ucciso quattro persone e ne ha ferite più di 800. Se risultasse che dietro questo attentato vi fosse l’Isis, questo significherebbe che questa organizzazione sta riattivando le sue cellule terroristiche sia in Siria che in Iraq. D’altronde il gruppo jihadista ha espresso il proprio plauso nei confronti di quest’azione terroristica pur non rivendicandolo. Com’è avvenuto in altre occasioni, il governo turco ha risposto all’attacco colpendo veementemente i curdi, senza prima accertarsi sulla matrice dell’attentato.