L’Europa davanti al nodo dell’asilo: redistribuzione e nuovo equilibrio del Patto sulla migrazione

di Giuseppe Gagliano –

Il nuovo rapporto annuale della Commissione europea su asilo e migrazione fotografa un’Unione che, ancora una volta, si trova a gestire flussi concentrati in pochi Paesi. Spagna, Italia, Grecia e Cipro vengono considerate “sotto pressione migratoria”, perché nel 2024 hanno ricevuto un numero sproporzionato di arrivi, compresi quelli tratti in salvo in mare. L’annuncio che nel 2026 questi Paesi potranno contare sulla solidarietà degli altri Stati membri è il primo passo concreto verso l’applicazione del Patto sulla migrazione approvato l’anno scorso. Ma la strada, come sempre quando si parla di immigrazione, è stretta e accidentata.
Il cuore del sistema è il Pool annuale di solidarietà. Ogni Paese dell’Unione, tranne quelli sotto pressione, dovrà scegliere come contribuire: accogliere una quota di richiedenti asilo, pagare 20mila euro per ogni persona che decide di non ricollocare, oppure finanziare il supporto operativo negli Stati più esposti. La dimensione minima è fissata per legge: almeno trentamila ricollocamenti e seicento milioni di euro l’anno.
Il calcolo della quota dipende dalla popolazione e dal prodotto interno lordo dei Paesi membri. Un sistema pensato per bilanciare responsabilità e capacità, ma che già trova opposizione aperta da parte di alcuni governi. Polonia, Ungheria e Slovacchia hanno dichiarato che non applicheranno le regole, né accoglieranno migranti né pagheranno contributi. Un rifiuto che, se confermato dopo l’entrata in vigore del regolamento nel giugno 2026, potrebbe tradursi in procedure di infrazione.
Bruxelles prevede però delle esenzioni. I Paesi classificati come “in una situazione migratoria significativa”, cioè Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Croazia, Austria e Polonia, possono chiedere di non partecipare né ai ricollocamenti né ai contributi. Ma la loro richiesta deve essere approvata sia dalla Commissione sia dagli altri Stati membri. Se accettata, quella quota sparisce, non si riversa sugli altri. È un meccanismo che evita di penalizzare le Nazioni più esposte e allo stesso tempo impedisce ai governi di sfilarsi a piacimento.
Nel rapporto vengono identificati anche dodici Stati considerati “a rischio di pressione migratoria”: Paesi che per ora devono contribuire, ma la cui situazione verrà rivista l’anno prossimo per garantire equità. Tra loro ci sono Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi e Finlandia. Segno che l’immigrazione, pur in calo del trentacinque per cento rispetto al periodo precedente, resta un fenomeno fluido e imprevedibile.
La Commissione sottolinea che, nonostante il miglioramento complessivo, persistono tre problemi centrali: gli arrivi irregolari, i movimenti non autorizzati all’interno dell’UE e l’uso politico della migrazione da parte di Russia e Bielorussia. Sono dinamiche che hanno già messo in difficoltà le frontiere orientali nei mesi scorsi e che potrebbero tornare a crescere con l’avvicinarsi della stagione invernale o con nuove tensioni internazionali.
Il Patto sulla migrazione nasce per rispondere proprio a queste criticità: un sistema comune di gestione, con procedure più rapide, controlli più omogenei e una distribuzione degli oneri che cerca di evitare che i Paesi di primo ingresso rimangano intrappolati nella logica emergenziale.
L’Italia guarda con attenzione a questa riforma. Essere riconosciuta come Paese sotto pressione è un risultato politico rilevante: per la prima volta in anni, Bruxelles certifica che l’onere sostenuto da Roma è superiore alla media europea. Lo stesso vale per Spagna, Grecia e Cipro, che negli ultimi dodici mesi hanno visto crescere gli arrivi, soprattutto attraverso rotte marittime.
La solidarietà europea non è mai stata un motore spontaneo: ogni passo richiede negoziati, calcoli e scontri politici. Ma il nuovo rapporto mette nero su bianco che l’Europa non può permettersi l’atomizzazione delle politiche migratorie. Senza un meccanismo comune, ogni crisi diventa un incendio che si sposta da un confine all’altro.
Il voto finale sul Pool di solidarietà, previsto entro la fine dell’anno, dirà se il Patto può davvero funzionare oppure se resterà un compromesso sulla carta. L’opposizione di alcuni governi, le possibili deroghe e l’eterogeneità delle pressioni migratorie mostrano che l’Europa resta divisa. Ma allo stesso tempo l’Unione, sotto la spinta dei numeri, sembra lentamente muoversi verso un sistema più ordinato e prevedibile.
Il calo degli ingressi irregolari del trentacinque per cento è un segno incoraggiante, ma non basta. La migrazione continuerà a essere uno dei temi più sensibili del panorama politico europeo. E la capacità dell’Unione di gestirla in modo coordinato sarà uno dei fattori che determineranno la sua coesione nei prossimi anni.