L’Europa senza bussola nel nuovo ordine mondiale

di Chiara Cirelli

I recenti sviluppi della politica internazionale pongono ben in evidenza la crisi di quella piccola parte di mondo nota come Occidente, mentre l’asse della storia e le sue molteplici implicazioni si spingono sempre più verso est. Il conflitto che vede impegnati l’amministrazione statunitense, con buona pace di gran parte dei vertici militari avversi a una riduzione priva di strategia della capacità bellica americana, e la Repubblica Islamica è lungi dal vedere una risoluzione completa in tempi brevi. Inoltre il memorandum d’intesa, la cui firma era prevista in Svizzera, suddiviso in 14 punti, sancisce la sconfitta americana (di contro le dichiarazioni del Tycoon) e l’affermazione di Teheran come potenza della regione medio-orientale, a un costo economico e umano comunque elevato. Il testo dell’accordo, che impegna le due parti a trattare le questioni decisive in un lasso di tempo di 60 giorni, prorogabili con un consenso reciproco, prevede tra i suoi punti la riapertura dello Stretto di Hormuz, la sua amministrazione (da discutere con l’Oman e altri stati vicini), i servizi marittimi con il rischio di un futuro pedaggio, la fine del blocco navale imposto da Washington e il prolungamento del cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Paese dei cedri, con riluttanza da parte di Tel Aviv, che pare avere tutto l’interesse nel prosieguo dello scontro.
Non vi sono obblighi vincolanti e il dossier più scottante, quello relativo al programma nucleare iraniano, è stato escluso da questa prima fase delle trattative. E Teheran si vede concedere 300 miliardi di dollari per promuovere lo sviluppo della propria economia: una sorta di riparazioni di guerra, ma finanziate da privati. Il 21 giugno, dopo la richiusura di Hormuz per i nuovi attacchi dell’Idf in Libano, al resort di Buergenstock sono state avviate le complesse trattative (sul tavolo ci sono 12 miliardi di dollari iraniani da scongelare e il programma nucleare) tra le delegazioni americana (guidata dal vicepresidente JD Vance e a cui prendono parte anche gli inviati speciali Witkoff e Khusner, privi di esperienza diplomatica) e iraniana (guidata dal presidente dell’Assemblea consultiva islamica, Ghalibaf).
A mediare è Islamabad, forte di un’accresciuta credibilità internazionale, in stretta cooperazione economico-militare con i sauditi, pilastro della Nuova Via della Seta e porta d’accesso all’Oceano Indiano e ai mercati del Medio Oriente. Intanto, Smotrich avverte: «Resteremo in Libano per anni». Trump, che inizialmente mirava a rovesciare il regime (a più teste) degli ayatollah e a neutralizzarne il programma nucleare e missilistico, in un’intervista a Fox non ha escluso che gli Usa possano assumere il controllo di Hormuz, riscuotendo pedaggi e trasformandosi nei «Guardian Angel», facendo proprio il 20% del petrolio. È ragionevole pensare che si andrà verso una proroga dei tempi di negoziazione. Il conflitto in Iran, insieme a quello che vede impegnati russi e ucraini, rappresenta una delle questioni più poderose dell’agenda internazionale. E di fronte ad esse, l’Europa, o meglio gli stati europei, hanno dimostrato la propria incapacità di compiere azioni risolutive ed efficaci (al di là dei sistematici atti sanzionatori).
Il Vecchio Continente rappresenta ancora una piattaforma necessaria per il controllo dell’Eurasia, e quindi il disimpegno di Washington (minacciato e applicato in piccola parte con spostamenti di soldati) nei confronti dei suoi alleati tradizionali risponde a nuove esigenze, ma non a una volontà di tralasciare gli affari europei. Il primo ministro polacco Tusk ha parlato di «disintegrazione della nostra alleanza» e l’ex primo ministro svedese e copresidente del Consiglio europeo per le relazioni estere ha sottolineato che «i ritiri militari statunitensi dall’Europa (…) riguardano esclusivamente le risorse destinate alle operazioni della NATO», e non il controllo delle basi in Europa. «Le nazioni europee potrebbero, in teoria, chiedere una corrispondente riduzione (delle spese militari”, in quel contesto».
Oggi l’Europa conta 40 basi e più di 90.000 militari statunitensi. E la mossa di Trump, verso il quale l’approccio tollerante non sembra sortire effetti sperati, potrebbe ridisegnare i contorni della presenza di Washington nella difesa del Vecchio Continente. Tale sconvolgimento è accaduto a ridosso dell’ottavo summit della Comunità Politica Europea: definita «storica» la scelta di Erevan come sede dell’incontro (l’Armenia confina con l’Iran), in accordo con l’Azerbaigian. Per la prima volta ha preso parte anche il premier canadese Carney, che dopo riferimenti più o meno celati a Trump, ha concluso il suo discorso dicendo: «È mia ferma convinzione che l’ordine internazionale verrà ricostruito e verrà ricostruito a partire dall’Europa». Al vertice si è parlato soprattutto di energia e sicurezza, ma nel continente le divisioni restano. Nel frattempo a Bruxelles si discutono fondi industriali e riarmo continentale (basti pensare al riarmo tedesco, temuto soprattutto in vista delle prossime elezioni federali e del posizionamento dell’AfD). Berlino ha presentato una nuova strategia militare, la più grande trasformazione della Bundeswehr dopo la fine della Guerra Fredda, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere 460.000 effettivi tra soldati attivi e riservisti. La Germania, cardine economico del Vecchio Continente, approfitta per rafforzarsi anche sul piano militare trascurato in precedenza, soprattutto per il peso storico del proprio passato.
Londra, dal canto suo, nel rispetto della Global Britain (ma anche per esigenze pratiche legate al presidio dell’Alto Atlantico, del Mediterraneo allargato, del Golfo e dell’Indo-Pacifico), ha annunciato una nuova architettura a cui prenderanno parte i Baltici, i paesi scandinavi e Amsterdam: un’operazione che si colloca nella Joint Expeditionary Force. In pratica, si tratta di una piccola Nato del nord Europa con il compito di affrontare la minaccia russa alle rotte energetiche che collegano il Baltico all’Atlantico e di riaffermare in termini politici il proprio ruolo nella difesa del continente, anche in seguito alla Brexit.
La guerra contro l’Iran e la conseguente destabilizzazione del Medio Oriente complicano ancora di più le cose, anche in termini di costi energetici. Ciò ha spinto Ursula von der Leyen, al vertice sull’energia nucleare a Parigi, a definire la riduzione della quota di nucleare un «errore strategico». La Commissione europea ha adottato il Clean Energy Investment Strategy per favorire investimenti e costruire dei reattori modulari (SMR). Dato che lo sviluppo del nucleare richiede tempi lunghi, esso si inserisce in una diversificazione energetica che contempla anche le rinnovabili, più veloci da installare.
La transizione energetica europea dipende da Pechino, che da tempo si è preparata a una crisi energetica, ma che continua a importare oltre il 70% del greggio. Il 24 aprile il segretario di Stato Rubio e il commissario per il Commercio Sefcovic hanno firmato un memorandum d’intesa sui minerali critici per l’energia, la difesa e le tecnologie digitali con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Cina, che domina le filiere della gran parte di questi materiali. Ma si apre per la Ue un nuovo canale di dialogo con Pechino, il meccanismo di consultazione su commercio e investimenti: una piattaforma di dialogo per la cooperazione nei nuovi settori strategici (si pensi alle terre rare) e a uno scambio commerciale più equilibrato tra le parti (un prossimo incontro si terrà in autunno). A tale complicata situazione si aggiunge anche la guerra dei dazi, rivelatasi un vero e proprio boomerang. Le tensioni tra gli Usa e l’Occidente hanno incoraggiato Pechino ad accorciare le distanze: dall’inizio di quest’anno i vertici cinesi hanno portato avanti un fitto calendario di incontri diplomatici con Canada, Finlandia, Regno Unito, Germania e Spagna. L’esempio più lampante riguarda il premier canadese Carney che a gennaio ha firmato con la Cina un accordo commerciale, volto ad eliminare i dazi imposti dal predecessore Trudeau. Il 16 aprile anche il ministro degli esteri Tajani ha effettuato una visita di tre giorni nel paese asiatico per ridurre il disavanzo commerciale di Roma nei confronti di Pechino che ammonta a circa 43 miliardi di euro.
A tal proposito è stato siglato un Piano d’azione per promuovere il Made in Italy nelle piattaforme cinesi di e-commerce. La guerra in Medio Oriente ha ulteriormente rimarcato e ampliato la distanza tra la sponda occidentale dell’Atlantico e quella orientale. I clientes non sono stati d’aiuto. Trump ha minacciato il ritiro di truppe dall’Italia e dalla Spagna di Sanchez. Un tentativo di distensione con la Santa Sede e Roma è stato portato avanti dal segretario di Stato Rubio, ma senza alcuna vera e propria svolta. Poco tempo fa, in occasione del vertice che ha riunito a Évian-les-Bains il Gruppo dei Sette e che ha visto da parte dell’inquilino della Casa Bianca apporre la firma al memorandum d’intesa con Teheran nella prestigiosa, quanto infelice cornice di Versailles, The Donald ha attaccato il presidente del consiglio Meloni, seguendo un modus operandi più volte sperimentato negli ultimi mesi. Nel marzo passato, l’Italia ha rifiutato agli Stati Uniti l’impiego, per le operazioni contro l’Iran, della base più significativa del Mediterraneo (gli accordi stipulati nel 1954 e in gran parte segreti autorizzano le operazioni logistiche ordinarie e rimandano le operazioni di tipo offensivo all’approvazione del governo), quella di Sigonella, sottile confine tra cooperazione con il gigante americano e autonomia della penisola in politica estera.
Il 24 giugno, in un’intervista a Fox News (emittente vicina al Tycoon), il segretario generale della Nato, Mark Rutte, nel tentativo di dimostrare il perfetto funzionamento dell’alleanza (definita da Trump «una tigre di carta») e in vista del vertice tra alleati, ha dichiarato che 500 aerei statunitensi hanno usufruito di basi italiane per sostenere l’operazione Epic Fury, come accaduto con altre basi presenti nel continente. Le parole hanno suscitato polemiche e richiesto chiarimenti: il ministero della Difesa ha risposto dicendo che l’Italia autorizza solo i voli previsti nei trattati, i quali escludono attività cinetiche. Qualcuno ha posto la questione in termini diversi: ammesso che davvero le cose siano andate così, i voli partiti dalle basi italiane (e di cui Giorgia Meloni deve aver ostacolato un piccolo numero) pur essendo relativi alla logistica, possono essere autorizzati anche se a supporto di un conflitto? Ad ogni modo, la questione evidenzia bene la verticalizzazione che regola i rapporti tra Washington e quelli che, per difetto di autostima, si definiscono alleati sin da principio e che oggi le contingenze hanno reso forse solo più palese.
Il legame speciale tra le due sponde dell’oceano, cominciato con Truman, fondato sulla bandiera degli ideali comuni e volto al contenimento sovietico si è spezzato, non esiste più. Da tempo, Washington chiede agli europei di aumentare il proprio contributo alle spese di difesa anche perché Mosca non suscita più tanta paura e si è mostrata incapace di rovesciare il presidente ucraino Zelensky. Inoltre la sfida con il Dragone è sempre più significativa. E, quindi, l’impero a stelle e strisce necessita di eserciti non statunitensi da impiegare nelle crisi regionali, operando una diminuzione dello sforzo tattico, mantenendo, però, il controllo strategico di un sistema articolato, che vede il bisogno di interventi contemporanei in differenti scenari. L’«American Dream» si scontra con dei dati oggettivi spesso ignorati: il Vecchio Continente si è fatto davvero vecchio e coloro che lo abitano non hanno più coscienza di se stessi, sotto il giogo del «potere dolce» degli States hollywoodiani e, dopo la caduta della cortina di ferro, colti dall’inganno soporifero del venir meno della storia. E, allora, gli Usa, preparandosi allo scontro finale nell’Indopacifico, cercano nuovi alleati, come l’Arabia Saudita, e cercano di appaltare casi di crisi ad altri attori come la Turchia, sempre più impero rinascente sotto la dottrina del «Mavi Vatan» che tradotto in italiano vuol dire «mare blu». Questo rende Istanbul un vero e proprio rivale per Roma (si pensi ad esempio alla Libia e al porto di Misurata, dove non poco tempo fa c’era anche un contingente italiano, concesso ad Erdogan e base per le navi militari operanti nel Mediterraneo Orientale), troppo impegnata a costruirsi un volto gradito in zona mitteleuropea e poco propensa a salpare per il mare e a riscoprirlo come proprio. A bilanciare la potenza turca (e quella israeliana, adottando la logica del «divide et impera») potrebbe essere Parigi che ha siglato con Cipro, in seguito all’attacco di Teheran con droni contro la base britannica, un accordo che permette il dispiegamento del comparto antidrone, di quello antimissili e del gruppo portaerei Charles de Gaulle. Pare che ci siano anche trattative in corso per integrare le batterie Samp-T di produzione franco-italiana nello Steel Dome, sistema di difesa aerea multistrato sviluppato dalla Turchia per diminuire la dipendenza da Washington. Nel frattempo Berlino adotta una nuova strategia militare, l’«Ankergeopolitik», la geopolitica dell’ancora: la Germania punta a trasformarsi entro il 2039 nella più grande e innovativa potenza europea e, quindi, in termini più semplici, in un’ancora a cui le altre armate continentali devono aggrapparsi.
«Loro, i tedeschi, sono sempre stati il problema dell’Europa. Ne parliamo tra cinquant’anni quando avranno rialzato la testa: i gravi problemi per le future generazioni verranno da Berlino e non da Mosca», sentenziò Churchill nel 1952. E oggi, oltre all’egemonia economica, la Federazione guidata dal mal tollerato in patria Merz, tenta davvero di assicurarsi quella militare e tecnologica. Lo scorso 24 giugno, a Berlino, si sono riuniti i leader E5: hanno ribadito il sostegno all’Ucraina (per cui sono stati approvati 70 miliardi sia per l’anno corrente che per il 2027, come emerge dalla dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara, approvata il 3 luglio, come riportato dall’Ansa), hanno cercato un coordinamento su difesa aerea e AI e si sono preparati al vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio (il 3 luglio Meloni ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco e si è parlato del Fianco Sud), dove The Donald si recherà chiedendo una riduzione dell’impegno militare in Europa e dopo la rivelazione del Wall Street Journal circa un piano segreto del segretario della Guerra Hegseth, intenzionato a recarsi a Bruxelles il mese scorso per annunciare una riduzione significativa (più di quanto sta già avvenendo) di militari americani sul suolo europeo. Congettura sventata dal pragmatico segretario di Stato Rubio. Di fronte alla crisi interna ed esterna del tradizionale alleato e alle multipolari dinamiche internazionali, l’Europa è chiamata a rigenerare le proprie strutture. In tale direzione va la spinta di Francia e Germania, entrambe pronte ad ampliare rispettivamente la propria influenza, verso una riforma della diplomazia europea: per Parigi, come riferisce Politico, è utile rafforzare il ruolo dell’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza; Berlino punta, invece, a un trasferimento di maggiori competenze alla Commissione europea. In tale ottica, bisognerebbe comprendere, nel mosaico di popoli e culture che è il Vecchio Continente, privo di un vero spirito comunitario, se non di differenti maniere di intenderne l’architettura che se ne fa promotrice, quale Europa si vuole costruire. E a vantaggio geopolitico di chi. Nel quadro laborioso che ci si para dinnanzi, anche l’Italia dovrà riscoprire se stessa e la propria naturale vocazione. Prima di finire “smashata” in un banale, quanto conformista, potato bun (o in una baguette con contorno di crauti e tè turco per tirar giù l’amaro boccone).