
di Giuseppe Gagliano –
Libano e Israele hanno concluso a Roma due giorni di colloqui mediati dagli Stati Uniti, raggiungendo un’intesa di principio sulle cosiddette “zone pilota” nel Sud del Libano. Il progetto prevede il disarmo delle formazioni armate, il dispiegamento dell’esercito libanese e il ritiro progressivo delle forze israeliane, ma le parti restano divise sulle modalità di attuazione.
Israele sostiene che il ritiro potrà avvenire solo dopo la verifica dell’assenza di armi e infrastrutture di Hezbollah, mentre Beirut chiede un ritiro immediato e affida ai militari statunitensi il compito di certificare le condizioni di sicurezza. La divergenza riguarda il controllo del territorio e le garanzie necessarie per evitare una nuova escalation.
L’esercito israeliano mantiene una presenza lungo una fascia di circa dieci chilometri al confine, considerata da Tel Aviv una zona di sicurezza indispensabile per proteggere le comunità del nord del Paese. Per il governo libanese, invece, questa presenza rappresenta una limitazione della sovranità nazionale e rischia di trasformarsi in un’occupazione di lunga durata.
Resta centrale la questione del disarmo di Hezbollah. Il movimento sciita continua a considerare il proprio arsenale una garanzia contro eventuali attacchi israeliani e mantiene un forte radicamento politico e sociale in ampie aree del Libano. Per Beirut, un disarmo imposto senza un’intesa più ampia rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il Paese.
Sul piano diplomatico, gli Stati Uniti puntano a favorire una progressiva riduzione della presenza militare israeliana sia in Libano sia in Siria, nel tentativo di evitare nuove tensioni regionali. Tuttavia, il governo israeliano deve confrontarsi con le pressioni interne favorevoli al mantenimento delle aree occupate, rendendo più complesso qualsiasi compromesso.
L’instabilità continua inoltre ad avere pesanti ricadute economiche. Le aree di confine libanesi restano in difficoltà, con attività agricole e ricostruzione rallentate dall’incertezza, mentre anche il nord di Israele risente delle conseguenze della persistente militarizzazione.
L’intesa raggiunta a Roma rappresenta un primo passo verso una possibile de-escalation, ma il successo del processo dipenderà dalla capacità di concordare tempi certi per il ritiro delle forze israeliane, rafforzare il ruolo dell’esercito libanese e trovare una soluzione condivisa alla questione di Hezbollah, ancora al centro degli equilibri politici e di sicurezza del Paese.











