Libano. Altolà ad Hamas, ‘non usate il nostro territorio per attacchi a Israele’

di Giuseppe Gagliano –

Il Libano tenta l’impossibile: mantenersi neutrale in una guerra che bussa alle sue porte con i droni, i razzi e le rappresaglie. Il Consiglio supremo della Difesa ha lanciato un messaggio pubblico ad Hamas, intimandogli di non usare il territorio libanese per operazioni ostili che possano “compromettere la sicurezza nazionale”. Parole calibrate, ma che nascondono il panico istituzionale di uno Stato sempre più esposto al rischio di un’escalation fuori controllo.
Da mesi, i lanci di razzi da sud in direzione di Israele, spesso rivendicati da Hamas in solidarietà con Gaza, provocano ritorsioni aeree mirate, come l’attacco che a inizio 2024 ha eliminato alcuni suoi vertici a Beirut. Il Libano, ostaggio della propria geografia e delle sue contraddizioni politiche, si ritrova costretto a tenere insieme due narrazioni inconciliabili: quella della sovranità nazionale e quella della resistenza armata.
Il presidente Joseph Aoun, ex capo dell’esercito, si è detto determinato a riportare tutte le armi sotto l’autorità statale. Ma nessun, né a Beirut né a Gerusalemme, crede davvero che Hezbollah possa essere disarmato per decreto. Gli analisti lo sanno, e lo dicono apertamente: Aoun gioca su un equilibrio sottile, cercando di evitare un altro 2006. I raid israeliani, infatti, citano esplicitamente la risoluzione ONU che pose fine alla guerra di quell’anno, minacciando di riaccendere un conflitto mai davvero sopito.
Nel frattempo il Libano riceve pressioni da Washington per “smantellare le milizie”, ma sa di non avere né i mezzi né la coesione interna per farlo. Le forze armate libanesi hanno rimosso, sì, molte installazioni di Hezbollah a sud del fiume Litani. Ma si tratta più di un gesto simbolico che di un disarmo reale: un compromesso precario per dimostrare buona volontà senza provocare l’ira delle forze sciite.
Ecco allora che l’ammonimento ad Hamas va letto non come un cambio di rotta, ma come una dichiarazione d’intenti rivolta all’esterno: “non siamo complici, non vogliamo la guerra”. Ma la guerra, spesso, non chiede il permesso. E il Libano, ancora una volta, rischia di essere il vaso di coccio tra le potenze regionali e le loro guerre per procura.