
di Giuseppe Gagliano –
Un cessate-il-fuoco, se è vero, dovrebbe ridurre la violenza e restringere lo spazio dell’eccezione. Qui succede l’opposto: la tregua diventa un contenitore elastico, dentro cui si continua a colpire “in modo mirato”, a spostare mezzi, a mantenere posizioni, a testare linee rosse. Il 30 gennaio Israele ha attaccato sia il Libano sia Gaza, nonostante siano in vigore due cessate il fuoco distinti. In Libano un drone ha colpito un veicolo a Siddiqin, con l’obiettivo rivendicato di un operativo di Hezbollah. Nella stessa area si sono registrati altri colpi, lanci di granate stordenti, razzi illuminanti, voli di ricognizione intensi. A Gaza, tra Maghazi, Rafah e l’area di al-Mawasi vicino a Khan Younis, raid e operazioni hanno prodotto morti e feriti secondo fonti palestinesi e israeliane, mentre l’esercito israeliano parla di neutralizzazione di “terroristi” e di ricerche in corso.
Il punto politico è semplice e duro: se le parti possono continuare a uccidersi “a rate” senza che l’accordo salti formalmente, allora l’accordo non è più un meccanismo di pace, ma un dispositivo di gestione del conflitto.
Nel quadro libanese la tregua del novembre 2024 mediata dagli Stati Uniti non ha cancellato la frizione di fondo: Israele mantiene cinque posizioni a sud del Litani e continua a colpire con regolarità nel sud e nell’est del Libano e perfino nell’area meridionale di Beirut. Non è un dettaglio: è la cartografia della pressione. Tenere postazioni, condurre azioni puntuali, entrare con mezzi in aree di confine (come riportato a est di Yaroun) significa ricordare a Beirut e a Hezbollah che la linea non è “stabilizzata”, è solo temporaneamente amministrata.
In questo schema, le violazioni registrate e i bilanci di vittime e feriti diventano un dato politico: non misurano soltanto il prezzo umano, misurano il grado di permissività della comunità internazionale e la capacità delle parti di imporre la propria interpretazione dell’accordo.
A Gaza la tregua in vigore dall’ottobre 2025 non ha impedito operazioni continue. Qui la questione strategica non è soltanto “chi colpisce chi”, ma quale architettura di controllo si sta consolidando. Rafah, valico con l’Egitto, è il simbolo perfetto: è l’unico passaggio verso l’esterno che non transita direttamente per Israele, quindi è una leva politica e umanitaria insieme. Se resta chiuso o funzionante a intermittenza, l’effetto è doppio: compressione materiale della popolazione e potere negoziale su tempi e modalità degli aiuti.
Le autorità palestinesi chiedono la riapertura come condizione della prima fase dell’accordo. Ma in un conflitto dove la logistica è politica, il valico non è un rubinetto neutro: è un interruttore strategico. E quando attorno a Rafah si registrano raid, inseguimenti in mare, fuoco contro pescherecci, il messaggio è chiaro: anche sotto tregua il teatro resta “attivo” e il controllo resta militare.
Sul piano militare, la scelta del “colpo mirato” ha una funzione: mantenere deterrenza e iniziativa senza scivolare nella guerra aperta. Droni e aviazione permettono una guerra di precisione narrativa: si dichiara un bersaglio, si colpisce, si resta dentro la cornice della “difesa preventiva”. Ma ogni colpo aggiunge attrito e aumenta la probabilità dell’errore: un bersaglio sbagliato, una vittima di troppo, una risposta asimmetrica. È una strategia che scommette sulla gestione del rischio, non sulla sua eliminazione.
In Libano, la combinazione tra presenza sul terreno, ricognizioni e colpi selettivi segnala la volontà di impedire il riassetto di Hezbollah lungo il confine. A Gaza, le operazioni “di ricerca ed eliminazione” indicano che l’obiettivo non è solo la punizione, ma l’erosione costante di capacità e reti.
Ogni tregua che non si traduce in stabilizzazione produce un’economia della sospensione. A Gaza significa ricostruzione bloccata, investimenti impossibili, prezzi che impazziscono, dipendenza dagli aiuti e dalle catene di approvvigionamento controllate. La chiusura o l’incertezza su Rafah non è solo una questione umanitaria: è un moltiplicatore di costi per tutto, dal carburante ai materiali medici, dal cibo ai servizi essenziali. E quando una società vive in “modalità emergenza” troppo a lungo, l’emergenza diventa struttura: si consolidano poteri locali, mercati neri, rendite di posizione, intermediazioni opache.
In Libano, già fragile, ogni ripresa di tensione al sud aggiunge un premio di rischio: assicurazioni, trasporti, turismo, fiducia. Anche qui, la tregua che non chiude il conflitto lo rende economicamente permanente.
C’è poi il livello più ampio: un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti che non produce miglioramenti visibili sul campo indebolisce l’idea stessa di mediazione. Se la seconda fase dell’accordo viene annunciata, ma la realtà resta fatta di colpi e accuse reciproche, il negoziato perde autorità e diventa un comunicato stampa. E quando la diplomazia si scollega dal terreno, il terreno detta le condizioni: attori armati, apparati di sicurezza, logiche di deterrenza.
Il rischio, oggi, è che il “cessate il fuoco” venga normalizzato come un regime in cui si può continuare a colpire purché si mantenga la retorica della tregua. È una soluzione comoda per chi vuole evitare l’escalation e insieme non vuole rinunciare alla pressione. Ma è anche una soluzione instabile: perché la guerra a bassa intensità non spegne il conflitto, lo conserva. E un conflitto conservato prima o poi presenta il conto, spesso nel momento meno controllabile.











