di Giuseppe Gagliano –
Nel cuore di un’estate segnata da nuove escalation tra Israele e Hezbollah, il Libano apre un fronte interno: il presidente Joseph Aoun, nel discorso per la Giornata dell’Esercito, ha chiesto che tutte le armi presenti sul territorio nazionale, inclusi quelle in mano a Hezbollah, vengano consegnate alle Forze Armate. Una richiesta che scuote l’equilibrio su cui si regge da decenni la fragile convivenza libanese e che apre a un confronto inedito con la milizia sciita filo-iraniana.
Dietro la presa di posizione di Aoun c’è l’ombra ingombrante degli Stati Uniti. Washington spinge da tempo per una normalizzazione del Libano, e condiziona gli aiuti alla dismissione dell’apparato paramilitare di Hezbollah, in particolare dopo l’ultima guerra a Gaza e i raid israeliani su suolo libanese. In gioco non c’è solo la sovranità territoriale, ma anche un pacchetto di sostegno militare ed economico stimato in 1 miliardo di dollari l’anno per dieci anni, a favore dell’esercito e delle forze di sicurezza regolari.
Aoun ha parlato chiaro: la sovranità non può più essere parziale, e l’unità nazionale passa per il monopolio della forza legittima. La proposta che sarà presentata al governo prevede un accordo trilaterale: Hezbollah consegna le armi, Israele si ritira dalle postazioni occupate nel sud del Paese, gli Stati Uniti finanziano la ricostruzione.
La reazione di Hezbollah non si è fatta attendere. Naim Qassem, numero due del movimento, ha definito la richiesta una “resa al progetto israeliano”, respingendo ogni ipotesi di disarmo. Per il partito-milizia, armarsi è una prerogativa storica: dalla guerra civile (1975-1990), Hezbollah è l’unico gruppo ad aver mantenuto le armi, legittimato dalla sua resistenza all’occupazione israeliana nel sud.
Ma il contesto è cambiato. I raid di Tel Aviv, che hanno colpito anche le retrovie del gruppo nella valle della Bekaa e a Baalbek, dimostrano che la capacità deterrente di Hezbollah è in declino. Israele ha dichiarato di aver bombardato un importante sito di produzione missilistica, in una delle offensive più estese degli ultimi anni. Il messaggio è chiaro: finché Hezbollah resta armato, nessuna tregua sarà credibile.
La sfida posta da Aoun non è solo militare, ma esistenziale. Può lo Stato libanese sopravvivere se non riesce a imporre l’esclusività del proprio esercito sul monopolio della forza? Il presidente lo sa: smilitarizzare Hezbollah significa scontrarsi con l’Iran, perdere consensi nel blocco sciita e rischiare una nuova fase di instabilità. Ma non agire significa cristallizzare il Paese in una semi-sovranità, costretto a subire le pressioni di Tel Aviv, Teheran e Washington.
Aoun prova a giocare una carta diplomatica. Ha dichiarato che Hezbollah è “un pilastro essenziale della società libanese”, cercando così di non rompere completamente con il movimento, ma anche di isolarlo politicamente nel caso in cui rifiutasse la proposta.
Mentre i missili israeliani colpiscono magazzini nel sud del Paese, il Libano si ritrova sospeso tra il ricordo della guerra civile e l’incubo di una nuova guerra regionale. Hezbollah resta un attore potentissimo, ma sempre più contestato anche all’interno del proprio bacino sociale, logorato dalle crisi economiche, dalla svalutazione della lira e dalla paralisi istituzionale. La tentazione del compromesso può trasformarsi in uno stallo pericoloso.
La vera domanda, però, è se esista oggi la forza politica e militare capace di far disarmare Hezbollah senza innescare una nuova esplosione. In assenza di un accordo tra USA, Israele e Iran, ogni mossa del Libano rischia di essere interpretata come una provocazione o una debolezza.
Il presidente Aoun ha lanciato una proposta ambiziosa ma fragile: costruire un Libano senza armi fuori controllo e con pieno riconoscimento internazionale. Ma nel labirinto libanese, ogni passo in avanti può trasformarsi in un salto nel vuoto. Per disarmare Hezbollah, serve una rete di garanzie regionali, un investimento internazionale serio e soprattutto la volontà collettiva, interna ed esterna, di non lasciare Beirut sola nel momento più delicato della sua storia recente.












