di Guido Keller –

Il Libano ha smentito che sia già stato raggiunto un accordo con Israele sui Paesi incaricati di verificare l’eventuale disarmo di Hezbollah. Beirut continua a discuterne con Washington, mentre Gran Bretagna, Italia, Svizzera e Indonesia sarebbero tra i Paesi presi in considerazione. Il Dipartimento di Stato americano non ha tuttavia confermato né l’elenco né il coinvolgimento dei singoli governi.

Gli incontri tra rappresentanti libanesi e israeliani svoltisi a Roma avrebbero affrontato la possibilità di affidare a soggetti terzi il controllo delle operazioni condotte dall’esercito libanese. Il meccanismo prevederebbe un progressivo ritiro israeliano dal Libano meridionale in cambio di un disarmo verificato delle formazioni armate non appartenenti allo Stato.

L’ostacolo principale resta Hezbollah, che non partecipa all’intesa e respinge il disarmo. Qualsiasi sistema di verifica dovrebbe quindi accertare l’applicazione di un accordo non accettato dalla principale organizzazione chiamata a consegnare le proprie armi.

Resta inoltre da stabilire l’estensione dei controlli. Una verifica limitata al Libano meridionale potrebbe consentire a Hezbollah di trasferire uomini, depositi e sistemi d’arma in altre zone del Paese. Estendere le ispezioni all’intero territorio nazionale, invece, rischierebbe di essere interpretato dalla formazione sciita come un tentativo di smantellarne completamente l’apparato militare.

Un meccanismo efficace richiederebbe accesso ai luoghi sospetti, strumenti di sorveglianza, condivisione delle informazioni e procedure precise in caso di violazioni. La questione decisiva sarebbe soprattutto stabilire chi dovrebbe intervenire qualora Hezbollah impedisse un’ispezione: l’esercito libanese, con il rischio di uno scontro interno, gli stessi verificatori internazionali oppure Israele.

Il piano sostenuto dagli Stati Uniti attribuisce infatti alle forze armate libanesi un compito particolarmente delicato. L’esercito dovrebbe occupare le aree progressivamente abbandonate dalle forze israeliane, ristabilire il controllo dello Stato e impedire la ricostituzione delle capacità militari di Hezbollah. Un’operazione che dovrebbe essere condotta evitando di provocare nuove tensioni confessionali e politiche.

Hezbollah non è soltanto una forza armata, ma un’organizzazione profondamente radicata nella comunità sciita, rappresentata nelle istituzioni libanesi e legata strategicamente all’Iran. Un tentativo di disarmo forzato potrebbe quindi mettere sotto pressione la stessa coesione delle forze armate e la stabilità interna del Paese.

Israele considera invece insufficienti garanzie che non comportino una reale neutralizzazione delle capacità offensive di Hezbollah. Un ritiro dal Libano meridionale seguito dalla ricostituzione dell’apparato militare della formazione sciita sarebbe considerato un fallimento strategico. Beirut deve quindi conciliare la richiesta israeliana di garanzie concrete con la necessità di evitare un nuovo conflitto interno.

Tra i possibili Paesi verificatori figura anche l’Italia, che dispone di una lunga esperienza in Libano e di rapporti consolidati con le istituzioni locali. Un eventuale coinvolgimento di Roma richiederebbe tuttavia un mandato preciso e una chiara definizione delle responsabilità degli osservatori, soprattutto nell’eventualità di violazioni o del rifiuto delle ispezioni.

La questione del disarmo è inoltre collegata alla ricostruzione del Libano meridionale. Gli aiuti internazionali potrebbero essere utilizzati per favorire il ritorno degli sfollati, il ripristino delle infrastrutture e il rafforzamento dell’autorità dello Stato, ma un’eccessiva condizionalità rischierebbe di essere percepita internamente come una pressione straniera.

La scelta dei Paesi verificatori rappresenta quindi soltanto una parte del problema. La questione centrale rimane chi possa effettivamente imporre il disarmo qualora Hezbollah continui a rifiutarlo. Senza il coinvolgimento della formazione sciita o un accordo politico interno libanese, qualsiasi missione internazionale rischia di poter certificare soltanto una riduzione temporanea della presenza militare, senza garantire la definitiva eliminazione delle capacità armate di Hezbollah.