Libano. Il disarmo dei campi palestinesi e il fragile equilibrio nazionale

di Giuseppe Gagliano –

La consegna di otto camion di armi dalle fazioni palestinesi all’esercito libanese, avvenuta nei campi a sud del fiume Litani, segna un passaggio simbolico ma potenzialmente cruciale nella storia politica e militare del Libano. È il secondo capitolo di un processo che punta a restituire allo Stato il monopolio della forza, in un Paese dove per decenni i campi profughi palestinesi hanno rappresentato zone franche, sottratte al controllo delle istituzioni e spesso teatro di scontri armati.
L’operazione è stata coordinata dal Comitato per il dialogo libanese-palestinese e ha coinvolto Rashidieh, al-Buss e Burj al-Shemali, tre campi storicamente legati all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Razzi, mitragliatrici, granate: un arsenale che ricorda quanto questi campi siano stati non solo luoghi di rifugio, ma anche di conflitto, dal tempo della guerra civile libanese agli scontri con Israele. La consegna all’esercito libanese, supervisionata dai vertici militari e dai rappresentanti dell’OLP, segna dunque un passo verso il recupero della sovranità statale.
Il processo, promosso da un accordo firmato a maggio con il coinvolgimento delle massime autorità libanesi e palestinesi, è sostenuto da Fatah, che ha scelto di cooperare con Beirut. Diversa la posizione di Hamas, silente e restia a disarmare. Il silenzio del movimento islamista segnala la persistenza di divisioni interne al mondo palestinese e lascia aperti interrogativi sulla reale fattibilità di un disarmo totale dei dodici campi presenti in Libano, soprattutto in quelli della periferia sud di Beirut, cuore del potere sciita e di Hezbollah.
Ed è proprio Hezbollah l’elefante nella stanza. Mentre i palestinesi depongono le armi, il partito-milizia sciita continua a rifiutare ogni ipotesi di disarmo, rivendicando la necessità di resistere contro Israele e condizionando in modo determinante la vita politica libanese. Non è un caso che questo processo arrivi dopo settimane di pressioni statunitensi e in un contesto segnato dal cessate il fuoco con Israele, ancora fragile e costantemente violato da incidenti di confine. Washington, che ha imposto al governo di Beirut un piano di disarmo nazionale, punta chiaramente a ridimensionare Hezbollah, ma la sua resistenza rischia di trasformare questo tentativo in una partita incompiuta.
Il Libano resta un Paese sull’orlo del collasso economico. Con oltre 500.000 rifugiati palestinesi registrati e decine di migliaia di siriani riversati nei campi, il tessuto sociale è messo a dura prova. La povertà dilaga, lo Stato fatica a garantire servizi essenziali, e i campi sono diventati luoghi di marginalità e radicalismo. In questo quadro, il disarmo non è solo una questione militare, ma anche sociale ed economica: togliere le armi significa togliere un potere parallelo, ma occorre offrire ai giovani rifugiati alternative credibili di vita e lavoro.
Il processo è stato salutato come “storico” dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, che a maggio ha compiuto una rara visita a Beirut. Ma dietro la retorica, la geopolitica pesa. Il Libano, stretto tra la pressione occidentale, l’influenza iraniana e le aspettative arabe, cerca di dimostrare di essere ancora in grado di controllare il proprio territorio. L’estensione dell’autorità statale ai campi palestinesi è un passo importante, ma resta da vedere se potrà tradursi in un reale rafforzamento della sovranità o se sarà solo un’operazione parziale, utile per accontentare alleati e sponsor esterni.
Sul piano internazionale, la decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di prorogare per l’ultima volta la missione UNIFIL fino al 2026 è un segnale chiaro: la comunità internazionale vuole ridurre gradualmente la sua presenza in Libano. Questo significa che la responsabilità di mantenere la sicurezza ricadrà sempre di più sulle istituzioni libanesi, chiamate a gestire una situazione esplosiva con mezzi limitati e sotto la costante minaccia di nuove escalation con Israele.