Libano. Il sud e il ritorno incompiuto dello Stato

di Giuseppe Gagliano –

C’è un dato che, più di altri, va maneggiato con cautela: l’annuncio dell’esercito libanese di aver assunto il controllo del sud del Paese. È una notizia che, letta superficialmente, suggerisce una svolta storica. Ma il Libano insegna da decenni che tra proclamare l’autorità dello Stato e esercitarla davvero esiste uno spazio ampio, spesso colmato da ambiguità politiche, equilibri settari e pressioni esterne.
L’esercito afferma di controllare l’area a sud del fiume Litani, fatta eccezione per cinque posizioni israeliane ancora presenti sul territorio libanese. Rivendica il successo della prima fase del piano governativo “Scudo della Patria” e parla di risultati “efficaci e tangibili”. Ma nella stessa dichiarazione ammette che il lavoro non è concluso: restano ordigni inesplosi, tunnel, infrastrutture da neutralizzare. Soprattutto, resta irrisolta la questione centrale: il disarmo reale di Hezbollah.
Il riferimento obbligato è la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata dopo la guerra del 2006. Da allora, sulla carta, a sud del Litani non dovrebbero esserci milizie armate diverse dallo Stato libanese. Nella pratica, quella linea è rimasta per vent’anni una finzione diplomatica, tollerata da tutti e violata da tutti.
Oggi Beirut sostiene di voler finalmente “confinare le armi” alle sole forze statali. Ma lo fa evitando accuratamente di nominare Hezbollah, come se il problema potesse essere risolto per sottrazione semantica. Non è un dettaglio: è la misura della fragilità politica del Libano, costretto a muoversi senza rompere l’equilibrio interno che tiene insieme il Paese.
Dal lato israeliano la reazione è prevedibile. L’annuncio viene definito un “inizio incoraggiante”, ma largamente insufficiente. Secondo Tel Aviv, Hezbollah starebbe già ricostruendo le proprie capacità militari con il sostegno iraniano. Le operazioni militari israeliane proseguono quasi quotidianamente, nonostante il cessate il fuoco del novembre 2024.
Qui si innesta un circolo vizioso ben noto: Israele giustifica i raid sostenendo che il Libano non controlla davvero il territorio; il Libano replica che proprio quei raid rendono impossibile estendere l’autorità statale. In mezzo, una missione ONU che dichiara di non aver visto prove concrete di una ricostruzione militare di Hezbollah nelle aree controllate, ma che resta priva degli strumenti politici per imporre una soluzione.
Pensare al disarmo di Hezbollah come a un’operazione puramente militare è un errore di prospettiva. Hezbollah non è solo una milizia: è un partito rappresentato in Parlamento, parte del governo, un attore sociale che gestisce scuole, ospedali, reti di assistenza. Nel Sud del Libano, come nella Beqaa e nella periferia sud di Beirut, gode ancora di un consenso significativo.
Il gruppo ha accettato di ritirarsi da alcune aree senza opporre resistenza, ma ha già chiarito che non intende disarmare a nord del Litani finché Israele continuerà a occupare porzioni di territorio libanese. È una linea rossa che il presidente Joseph Aoun ha deciso di non forzare con la coercizione, temendo una riapertura delle fratture settarie e il rischio concreto di una guerra civile a bassa intensità.
C’è poi la questione materiale. L’esercito libanese è cronicamente sottofinanziato, dipendente dagli aiuti esterni, privo di equipaggiamenti adeguati. Le prossime fasi del piano prevedono l’estensione del controllo fino all’area tra Litani e Awali, includendo Sidone. Ma non esiste una tempistica chiara, né garanzie sulle risorse necessarie.
In questo contesto, l’annuncio del controllo del sud appare più come un messaggio politico verso l’esterno, agli Stati Uniti, a Israele, alle Nazioni Unite, che come la certificazione di una sovranità pienamente recuperata.
Il Sud del Libano oggi è più calmo, ma non necessariamente più stabile. L’assenza di scontri non equivale alla risoluzione del conflitto. Siamo di fronte a un equilibrio sospeso, in cui lo Stato tenta di riaffermarsi senza avere la forza di imporre un monopolio delle armi, mentre gli attori regionali osservano, pronti a intervenire se i loro interessi verranno minacciati.
Più che una vittoria dello Stato, quella libanese è una prova di resistenza. La domanda non è se Beirut abbia ripreso il controllo del Sud, ma quanto a lungo potrà mantenerlo senza affrontare il nodo politico che tutti evitano: la convivenza forzata tra uno Stato formalmente sovrano e un attore armato che continua a incarnare, nel bene e nel male, una parte decisiva del Libano contemporaneo.