Libano. Israele e Hezbollah: la nuova escalation nella valle della Bekaa

di Giuseppe Gagliano –

La notte del 23 ottobre la fragile tregua tra Israele e Hezbollah è stata nuovamente infranta da una serie di attacchi aerei israeliani contro obiettivi situati nella regione orientale della Repubblica Libanese, in particolare nella valle della Bekaa e nella catena montuosa di Hermel, a ridosso del confine con Siria. Secondo fonti libanesi, si è trattato di bombardamenti di forte intensità, con più ondate di raid condotte da caccia israeliani. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito campi di addestramento, siti di produzione di missili di precisione e infrastrutture militari legate a Hezbollah, accusando il movimento sciita di violare sistematicamente gli accordi di cessate il fuoco raggiunti nel novembre 2024.
Per Tel Aviv questi obiettivi rappresentano una minaccia strategica diretta: la regione di Bekaa è considerata un’area logistica chiave per i rifornimenti tra Siria e Libano e per l’addestramento delle unità di Hezbollah. L’esercito israeliano ha sottolineato che la presenza di depositi d’armi e infrastrutture operative a ridosso del confine costituisce una “violazione palese” degli impegni presi e un rischio per la sicurezza nazionale israeliana. L’offensiva è arrivata poche ore dopo l’uccisione di Issa Ahmad Karbala, comandante di plotone della Forza Radwan, in un attacco mirato nel Libano meridionale. Karbala, figura di rilievo nel dispositivo militare di Hezbollah, era accusato di gestire trasferimenti di armi e coordinare operazioni contro Israele.
Gli scontri si inseriscono in un contesto di crescente instabilità lungo la frontiera israelo-libanese. Il cessate il fuoco del 27 novembre 2024, che avrebbe dovuto mettere fine a oltre un anno di ostilità, non è mai stato pienamente rispettato da nessuna delle due parti. Israele continua a mantenere il controllo di alcune alture strategiche, mentre Hezbollah conserva infrastrutture nel sud del Libano. Le reciproche accuse di violazione dell’accordo sono ormai all’ordine del giorno. Da parte israeliana, si sostiene che il gruppo libanese stia ricostruendo e potenziando le proprie capacità militari; da parte libanese, si denuncia il proseguimento dei raid israeliani quasi quotidiani come una violazione sistematica della tregua.
Sotto la pressione diplomatica degli Stati Uniti e timoroso di un’escalation incontrollata, il governo libanese ha annunciato di voler accelerare il piano per il disarmo di Hezbollah, deciso formalmente nell’agosto 2025. L’obiettivo dichiarato è quello di riportare sotto il controllo dello Stato tutto l’armamento presente sul territorio nazionale e smantellare le strutture paramilitari lungo il confine a sud del fiume Litani. Ma la realtà sul terreno è molto più complessa: Hezbollah si oppone con fermezza a qualsiasi ipotesi di disarmo, e le autorità di Beirut non dispongono dei mezzi politici e militari per imporre una simile misura senza correre il rischio di destabilizzare ulteriormente il Paese.
L’escalation militare si intreccia con una crisi politica e istituzionale interna. Il Libano sta cercando di mantenere un fragile equilibrio tra le pressioni internazionali, in particolare quelle statunitensi e israeliane, e la presenza radicata di Hezbollah come attore politico e militare. L’alleanza storica tra il movimento sciita e l’Iran, la debolezza delle istituzioni centrali e il recente indebolimento di Hezbollah dopo la perdita del suo principale alleato regionale — il regime di Bashar al-Assad in Siria — rendono la situazione ancora più esplosiva.
Sul piano internazionale, la pressione per una smilitarizzazione effettiva del sud del Libano si accompagna a richieste di garanzie di sicurezza per Israele e di rispetto degli impegni presi con la tregua. Allo stesso tempo, l’esercito israeliano continua a colpire con precisione selettiva obiettivi considerati critici per la catena logistica e operativa di Hezbollah, dimostrando la volontà di mantenere un alto livello di deterrenza e controllo strategico.
Il 17 ottobre un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha espresso forte preoccupazione per l’intensificarsi degli attacchi israeliani in territorio libanese, sottolineando che queste operazioni stanno causando un numero crescente di vittime civili e danni diffusi alle infrastrutture. Secondo il rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, dal novembre 2024 a oggi sono state documentate 108 vittime civili, tra cui 16 bambini. Inoltre, è stato confermato il rapimento di almeno 19 civili da parte di forze israeliane nella regione meridionale e si stima che oltre 80.000 persone siano ancora sfollate, impossibilitate a tornare nelle proprie abitazioni.
Le Nazioni Unite hanno invitato tutte le parti a rispettare la cessazione delle ostilità, ad astenersi da azioni unilaterali che possano compromettere la stabilità regionale e ad assicurare responsabilità per le violazioni del diritto internazionale. Tuttavia, la capacità effettiva dell’ONU di influenzare le dinamiche sul terreno rimane limitata, soprattutto in un contesto in cui le logiche di sicurezza nazionale e deterrenza prevalgono su quelle diplomatiche.
Gli attacchi nella Bekaa e la strategia israeliana di colpire infrastrutture militari in profondità rappresentano un segnale chiaro: Israele intende impedire che Hezbollah ricostruisca e mantenga capacità offensive avanzate. Tuttavia, questo approccio rischia di innescare una nuova spirale di escalation, specialmente se Hezbollah risponderà con attacchi missilistici o operazioni transfrontaliere.
Per Beirut il margine di manovra è estremamente ridotto. Da un lato, è chiamata a dimostrare di poter esercitare la propria sovranità sul territorio nazionale e contenere un attore armato potente come Hezbollah; dall’altro, deve evitare di trascinare il Paese in un nuovo conflitto aperto che potrebbe avere conseguenze devastanti su un sistema politico ed economico già fragile. Le settimane a venire, soprattutto quelle legate all’annunciata operazione di “pulizia” a sud del Litani, saranno decisive per capire se si andrà verso un contenimento controllato o verso una nuova fase di guerra.
La Valle della Bekaa è un corridoio strategico non solo per Hezbollah, ma per l’intera architettura regionale della sicurezza. Vicina al confine siriano, rappresenta una retrovia fondamentale per l’approvvigionamento di armi e logistica provenienti dall’Iran attraverso la Siria. È anche un’area difficile da controllare per le autorità libanesi, con un territorio montuoso che facilita la mobilità e la protezione delle installazioni militari. Colpire la Bekaa significa colpire il cuore delle capacità operative di Hezbollah, ma anche toccare un nodo geopolitico sensibile per Damasco e Teheran.
L’escalation tra Israele e Hezbollah non è un semplice incidente militare, ma il riflesso di una crisi strutturale irrisolta. A quasi un anno dal cessate il fuoco, la frontiera resta instabile, il Libano è sotto pressione politica interna ed esterna e Israele continua a perseguire una strategia di deterrenza attiva. Sullo sfondo, si muovono attori regionali e internazionali, ciascuno con propri interessi strategici. Se la situazione non verrà contenuta, il rischio di un nuovo conflitto aperto non è solo possibile: è imminente.