Libano. Le sanzioni contro Hezbollah: l’arma economica di Washington e la sfida per la sovranità

di Giuseppe Gagliano –

Le nuove sanzioni statunitensi contro presunti finanziatori di Hezbollah segnano un’ulteriore escalation nella pressione di Washington sul Libano. Dietro la giustificazione ufficiale di “combattere il finanziamento del terrorismo”, si nasconde una strategia di coercizione economica che mira a disarticolare uno degli attori politici e militari più influenti del Paese. Il presidente Joseph Aoun ha ribadito che il Libano applica pienamente le norme internazionali contro il riciclaggio di denaro e non ha alcun interesse a proteggere reti illegali. Tuttavia, ha anche denunciato l’uso distorto delle sanzioni come strumento di ingerenza volto a indebolire l’unica forza armata capace, a suo giudizio, di garantire la difesa nazionale di fronte a Israele.
Gli Stati Uniti affermano di voler “prosperità e sicurezza” per il Libano, ma le loro azioni raccontano un’altra storia. Da anni, le misure restrittive imposte a banche, aziende e cittadini libanesi non hanno colpito soltanto il circuito economico di Hezbollah: hanno devastato l’intera economia nazionale, già stremata da inflazione, corruzione e collasso istituzionale. Le sanzioni successive hanno paralizzato il sistema finanziario, ridotto la liquidità e moltiplicato la dipendenza dalle organizzazioni umanitarie internazionali, rendendo Beirut sempre più vulnerabile.
Dal conflitto del 2024, che ha visto Hezbollah resistere alle offensive israeliane sul territorio libanese, la strategia statunitense si è allineata completamente con quella di Tel Aviv. Washington sostiene apertamente la necessità di “disarmare” il movimento sciita, presentandolo come condizione per la stabilità. Ma la realtà sul terreno è opposta: Israele continua a violare il cessate il fuoco con raid mirati e attacchi aerei, mentre l’amministrazione americana evita sistematicamente di condannare tali operazioni. Il messaggio è chiaro: la sicurezza del Libano non è una priorità, mentre l’obiettivo resta la neutralizzazione di un attore politico non conforme agli interessi occidentali.
Per il governo libanese, l’imposizione di sanzioni unilaterali rischia di trasformarsi in un boomerang. Hezbollah, infatti, non è soltanto una milizia armata, ma una forza politica radicata nel tessuto sociale, con rappresentanti in Parlamento e un ruolo centrale nella gestione dei servizi e dell’assistenza nelle aree più povere. Indebolirlo senza costruire un’alternativa significherebbe privare il Paese di un pilastro di stabilità interna e aprire un vuoto che altri, gruppi jihadisti o potenze straniere, potrebbero riempire.
Dietro la facciata del diritto internazionale, si consuma dunque una partita di potere. Washington usa la finanza come strumento di guerra, cercando di imporre al Libano una ridefinizione forzata dei suoi equilibri interni. Beirut, invece, tenta di riaffermare il principio di sovranità: non può accettare un disarmo unilaterale senza garanzie reali di pace. “Solo una stabilità regionale fondata sulla giustizia e non sulla sottomissione potrà rendere le armi superflue”, ha dichiarato il presidente Aoun. È una posizione fragile ma coerente, che rivela come, nel Medio Oriente di oggi, la guerra economica abbia preso il posto dei carri armati e che la sopravvivenza degli Stati passi sempre più dalla capacità di resistere alla pressione finanziaria delle grandi potenze.