di Shorsh Surme –
Il Consiglio dei ministri libanese ha annunciato l’introduzione dell’obbligo di visto per i cittadini iraniani in ingresso nel Paese e il divieto di qualsiasi potenziale attività da parte della Guardia Rivoluzionaria iraniana.
La decisione è stata presa durante una sessione del Consiglio dei Ministri presieduta dal Primo Ministro Nawaf Salam, il quale ha dichiarato: «Alla luce delle crescenti informazioni sulla presenza di membri della Guardia Rivoluzionaria iraniana sul suolo libanese e sul loro coinvolgimento in attività militari e di sicurezza, e al fine di salvaguardare la sovranità dello Stato, mantenere la sicurezza del Paese, garantire l’ordine pubblico e tutelare i cittadini, il Consiglio dei Ministri invita i ministeri, i dipartimenti e le agenzie competenti ad adottare le misure necessarie per impedire qualsiasi attività di sicurezza o militare da parte dei membri della Guardia Rivoluzionaria, arrestarli sotto la supervisione della magistratura competente in vista della loro espulsione e imporre l’obbligo di visto agli iraniani che entrano in Libano».
Sotto il peso della guerra, e con il timore che la violenza possa intensificarsi fino a colpire obiettivi civili e infrastrutture come l’aeroporto, il porto, le centrali elettriche e i ponti, il popolo libanese cerca di portare avanti la propria vita quotidiana. L’amarezza di queste tragedie è aggravata dalla difficile situazione degli sfollati, il cui numero, secondo l’ultimo conteggio ufficiale, ha superato le 83.000 unità. I timori di un’escalation degli attacchi israeliani sono aumentati, alimentati da ripetute notizie provenienti da fonti israeliane che indicano la possibilità di colpire siti civili per fare pressione sul governo libanese affinché freni Hezbollah.
Queste sono le preoccupazioni. Sul terreno, tuttavia, Israele ha ripetutamente intimato ai residenti del Libano meridionale di spostarsi a nord del fiume Litani, aprendo la strada a una possibile incursione più ampia. Secondo diverse analisi, l’obiettivo sarebbe quello di istituire una zona cuscinetto, o come la definisce Israele una striscia di confine smilitarizzata, profonda circa 15 chilometri, tornando di fatto alla situazione precedente al 2000, prima del ritiro israeliano dal Libano meridionale. Alcune fonti suggeriscono persino che la zona cuscinetto potrebbe essere minata, eliminando la necessità di una presenza militare israeliana permanente.
Nel mezzo del conflitto, il governo e la presidenza libanesi sono impegnati in intensi sforzi diplomatici con i partner internazionali per fare pressione su Israele affinché cessi gli attacchi. Parallelamente stanno lavorando per attuare, seppur gradualmente, le decisioni del Consiglio dei Ministri riguardo al divieto di attività militari e di sicurezza illegali e all’arresto dei trasgressori, in conformità con le leggi vigenti. Il governo sta inoltre cercando di far fronte alle esigenze degli sfollati, «vittime di politiche che non hanno creato», come ha dichiarato il Primo Ministro Nawaf Salam.
Il presidente Joseph Aoun ha ricevuto a Palazzo Baabda ambasciatori e incaricati d’affari arabi, tra cui l’incaricato d’affari del Kuwait, il consigliere Abdulaziz Humaidan al-Dalh, oltre a diversi membri del Parlamento. Ha inoltre ricevuto rassicurazioni dal Ministro dell’Energia e delle Acque, Joe al-Sadi, sulla disponibilità di petrolio e derivati energetici nel Paese.
Sul fronte elettorale, e considerata la forza maggiore che impedisce lo svolgimento delle elezioni parlamentari nei tempi previsti, a maggio o in una data estiva posticipata, si stanno intensificando i contatti tra i vari partiti per discutere un possibile accordo elettorale. Tale accordo prevederebbe una proroga di due anni dell’attuale mandato parlamentare, come auspicato dalla maggioranza. Le Forze Libanesi, invece, preferiscono un rinvio limitato di alcuni mesi, forse fino a sei. Una delegazione del Partito Socialista Progressista, guidata dal leader Taymour Jumblatt, ha visitato ieri Maarab per discutere la questione. Il Presidente del Parlamento Nabih Berri ha convocato una riunione dell’ufficio di presidenza per venerdì, in preparazione di una sessione generale prevista per lunedì mattina, durante la quale dovrebbe essere approvata la proroga.
In questo contesto, Hayat, dirigente di una nota fabbrica di materassi e cuscini nei pressi di Beirut, ha dichiarato ad al-Anbaa: «La domanda è elevata da parte delle ONG, non dell’Alta Commissione di Soccorso. La richiesta riguarda materassi con un prezzo compreso tra 19 e 21 dollari. Stiamo operando a pieno ritmo e consegniamo 300 materassi al giorno».
La fabbrica continua a produrre anche materassi di fascia alta, con prezzi compresi tra 800 e 1200 dollari, che permettono di coprire i costi operativi. Dal 2020 la forza lavoro è stata ridotta da 360 a 120 dipendenti, ora impiegati part-time per contenere le spese salariali.
Hayat ha aggiunto: «Questa volta siamo ancora più preparati rispetto alla guerra israeliana su larga scala del 2024, grazie all’abbondanza di materie prime. Abbiamo dato istruzioni ai lavoratori di continuare la produzione anche il sabato e la domenica, senza interruzioni, per soddisfare la domanda».












