Libano. Piano degli Usa per assistere l’esercito contro Hezbollah

di Giuseppe Gagliano

Il Pentagono ha approvato un pacchetto da 14,2 milioni di dollari per fornire all’esercito libanese attrezzature destinate a smantellare le postazioni di Hezbollah. A prima vista si tratta di un programma tecnico, fatto di cariche sagomate, micce, detonatori e generatori, ma il significato politico va ben oltre. È un segnale di sostegno esplicito a Beirut, in un momento in cui le Forze Armate Libanesi sono chiamate a ridurre l’impronta militare del movimento sciita dopo la guerra del 2024, che ha ucciso Hassan Nasrallah e decimato le forze combattenti di Hezbollah.
Dopo i raid israeliani, le reti di Hezbollah si sono interrate, diventando sempre più clandestine. Secondo le valutazioni americane, la milizia non ha oggi la capacità di lanciare una guerra aperta contro Israele, ma mantiene quella di organizzare un’insurrezione interna. È proprio questa minaccia a spingere Stati Uniti e Arabia Saudita ad aumentare la pressione, affinché Beirut completi il disarmo entro il 2026. Ma il rifiuto di Hezbollah, legato al mancato ritiro israeliano da cinque punti contestati lungo il confine, rischia di trasformare l’operazione in un casus belli interno, con il pericolo di riaccendere la miccia settaria in un Paese già provato da una crisi economica senza precedenti.
Il sostegno americano arriva mentre l’ONU ha votato per terminare la missione UNIFIL entro il 2026, lasciando il Libano più esposto a possibili ritorsioni israeliane e a nuove schermaglie. L’equilibrio è delicatissimo: da un lato l’esercito libanese deve mostrare di poter esercitare il monopolio della forza, dall’altro rischia di spaccare il fragile compromesso nazionale. Se Hezbollah percepisce la pressione come esistenziale, la risposta potrebbe non limitarsi a un confronto politico.
L’intervento statunitense va letto nel contesto più ampio della strategia americana per il Levante: ridurre l’influenza iraniana, stabilizzare il fronte nord di Israele e contenere i rischi per le rotte energetiche e commerciali. Per l’Arabia Saudita, che ha ripreso un cauto dialogo con Teheran ma resta in competizione per l’influenza regionale, un Libano senza il “braccio armato” di Hezbollah rappresenterebbe un vantaggio strategico. Ma il prezzo di una destabilizzazione del Paese dei Cedri sarebbe altissimo: crollo del governo, ondate migratorie, riapertura di un fronte settario nel cuore del Mediterraneo orientale.
Il Libano continua a vivere una crisi economica devastante: salari dimezzati, valuta crollata, disoccupazione dilagante. L’assistenza militare americana è un segnale di fiducia ma non sostituisce le riforme economiche, né compensa la perdita di consenso di un esercito visto da parte della popolazione sciita come strumento di pressione esterna. Senza un piano di rilancio economico, il rischio è che ogni dollaro speso in armi alimenti un clima di sospetto più che di pacificazione.

Tre scenari possibili:

1. Progressiva integrazione: l’esercito libanese completa il disarmo di Hezbollah entro la scadenza del 2026, con compensazioni politiche e garanzie internazionali, evitando la guerra civile.

2. Stallo prolungato: Hezbollah mantiene il controllo di parte delle sue infrastrutture, Israele continua raid mirati, il Libano resta in un limbo instabile.

3. Escalation settaria: incidenti di frontiera o scontri interni fanno saltare il fragile equilibrio, costringendo Washington e Riyadh a decidere se aumentare il sostegno militare o spingere per un compromesso.

La decisione del Pentagono mostra che gli Stati Uniti non intendono abbandonare il Libano, ma anche che sono pronti a spingersi in un territorio dove la linea tra stabilizzazione e provocazione è sottilissima. Senza una strategia politica di lungo periodo, l’operazione rischia di spostare il conflitto dall’asse Israele-Hezbollah alle strade di Beirut, riaprendo le ferite di una guerra civile che il Paese non può permettersi di rivivere.