Libia. Continuano gli scontri: Dbeibah sotto assedio, la capitale a ferro e fuoco

di Giuseppe Gagliano

Tripoli brucia di nuovo. Non di fiamme soltanto, ma di una rabbia che cova da anni, incistata nel cuore di una transizione mai nata, promessa e poi tradita. Le manifestazioni che ieri hanno attraversato le strade della capitale non sono episodi isolati. Sono il sintomo visibile di un malessere profondo, l’ennesimo scossone di un Paese che da oltre dieci anni vive sotto il segno dell’instabilità, della frammentazione politica e della violenza armata. E che oggi chiede, in maniera sempre più aperta, la testa del primo ministro riconosciuto dalla comunità internazionale, Abdulhamid Dbeibah.
Dbeibah era stato scelto nel 2021, sotto l’egida delle Nazioni Unite, come figura di compromesso per traghettare la Libia verso nuove elezioni. Una figura “tecnica”, neutra, chiamata a gestire la fase post-bellica dopo gli anni del conflitto tra il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli e le forze del generale Haftar, padrone della Cirenaica. Ma come già accaduto in altri passaggi della tormentata storia libica post-Gheddafi, il piano si è arenato.
Le elezioni promesse nel dicembre 2021 sono saltate. E con esse è svanita la legittimità popolare del governo di unità nazionale. Dbeibah, anziché farsi da parte, si è trincerato a Tripoli facendo leva sui flussi finanziari, sull’appoggio militare di alcune milizie locali e sulla benevolenza (sempre più tiepida) degli attori internazionali. Ma la pazienza si è esaurita.
A innescare la scintilla, ancora una volta, sono stati gli scontri armati tra fazioni rivali. Due milizie, teoricamente entrambe alleate del governo, si sono affrontate nei quartieri della capitale in una lotta per il controllo territoriale e per la spartizione delle rendite. È lo specchio del vero potere in Libia: non un potere centrale, costituzionale, ma un mosaico di gruppi armati, signori della guerra, capi locali e intermediari tribali che gestiscono porti, valichi, quartieri e ministeri come feudi personali.
Secondo le Nazioni Unite, almeno otto civili hanno perso la vita. Le immagini circolate sui social parlano da sole: palazzi crivellati, ospedali danneggiati, famiglie in fuga. È l’ennesimo sfregio a un popolo già stremato da anni di guerre e ingerenze esterne.
Il segnale più clamoroso è arrivato sul piano politico: almeno tre ministri del governo si sono dimessi, in aperta solidarietà con i manifestanti. Una frattura interna che mina ulteriormente l’autorità di Dbeibah, già sotto accusa per corruzione, clientelismo e incapacità di garantire la sicurezza. Le richieste di dimissioni si fanno ora più forti e trasversali: non solo dalla piazza, ma anche dai corridoi del potere.
Non è un caso che le manifestazioni siano esplose proprio ora. La sensazione diffusa è che Dbeibah stia cercando di guadagnare tempo, bloccando ogni reale percorso elettorale, mentre intesse accordi opachi con le potenze straniere, dalla Turchia all’Italia, dagli Emirati alla Russia, per garantirsi una sopravvivenza politica. Ma la Libia, quella reale, quella dei cittadini, dei giovani, delle famiglie, chiede risposte. E le chiede in piazza.
Il quadro internazionale, poi, non aiuta. Le Nazioni Unite appaiono sempre più marginali. L’Europa è distratta, chiusa nella gabbia dell’ossessione migratoria e del contenimento. La Turchia protegge i suoi interessi energetici e militari nella Tripolitania. La Russia ha fatto della Cirenaica una testa di ponte strategica nel Mediterraneo. Gli Stati Uniti, disillusi, sembrano aver abbandonato il dossier. La Libia è orfana di un progetto politico condiviso.
E così, il vuoto si riempie con la violenza. Con le armi. Con la rabbia. Le proteste di Tripoli non sono che la punta di un iceberg che minaccia di affondare definitivamente il fragile equilibrio costruito negli ultimi tre anni. Se Dbeibah cadrà, nulla garantisce che emerga un’alternativa. Ma se resterà, il rischio è che la Libia scivoli ancora più in basso: verso una nuova guerra civile, o verso una balcanizzazione definitiva.
Nel silenzio complice della comunità internazionale, Tripoli torna a gridare. Resta da vedere chi ascolterà.