di Giuseppe Gagliano –
La Banca Centrale della Libia ha avviato la stampa di nuova moneta per tentare di alleviare la grave carenza di liquidità che colpisce il Paese. Come riportato da Sicurezza Internazionale, il 14 ottobre l’istituto ha annunciato la firma di contratti per la stampa di 60 miliardi di dinari libici, pari a circa 11 miliardi di dollari. Di questa cifra, 25 miliardi di dinari (circa 4,6 miliardi di dollari) sarebbero già in circolazione. Non sono stati resi noti né i tempi né i partner coinvolti. La decisione è una risposta al ritiro di 8,64 miliardi di dollari dalla circolazione, misura adottata per “stabilizzare la valuta nazionale”.
Lo scorso dicembre la Banca Centrale aveva già firmato un contratto con De La Rue, società britannica specializzata nella stampa di banconote, per altri 30 miliardi di dinari. La stampa di moneta, tuttavia, tende a svalutare la valuta nazionale e ad alimentare l’inflazione: non è considerata una politica economica sostenibile per affrontare una crisi di liquidità. Secondo la Banca Mondiale, l’inflazione in Libia si attestava all’1,4% nella prima metà del 2025.
Il 13 ottobre, la Banca Centrale libica ha firmato un accordo con la Banca Mondiale per migliorare la gestione delle riserve valutarie, con l’obiettivo di ottenere rendimenti competitivi attraverso pratiche di allocazione e gestione del rischio più moderne. Attualmente le riserve estere della Libia ammontano a 98,8 miliardi di dollari.
Secondo al-Monitor, la crisi di liquidità libica è il risultato di molteplici fattori: corruzione endemica, calo dei prezzi del petrolio e sussidi energetici insostenibili. Transparency International classifica la Libia tra i dieci Paesi più corrotti al mondo. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a febbraio ha denunciato il contrabbando di petrolio da parte di gruppi armati e aziende compiacenti, mentre i sussidi ai carburanti — pari al 20% del PIL — favoriscono il mercato nero e drenano ulteriormente le finanze pubbliche.
La Libia resta politicamente e amministrativamente divisa: da un lato il governo di Tripoli riconosciuto a livello internazionale, dall’altro le forze orientali guidate dal generale Khalifa Haftar. Dal 2020 è in vigore un cessate il fuoco, ma il Paese rimane frammentato e attraversato da milizie in competizione tra loro.
Il quadro macroeconomico è aggravato dal calo del prezzo del petrolio: il 15 ottobre, il Petrolio Brent era scambiato a 62 dollari al barile, contro gli 80 dollari di inizio anno e i 90 di ottobre 2023. Poiché il petrolio e il gas rappresentano il 97% delle esportazioni libiche, oltre il 90% delle entrate fiscali e il 68% del PIL, il crollo dei prezzi ha effetti immediati sui conti pubblici. Secondo African Development Bank Group, nel primo trimestre del 2025 le entrate petrolifere sono state pari a 5,2 miliardi di dollari, a fronte di impegni di spesa per 9,8 miliardi da parte delle due amministrazioni rivali.
Ad aprile 2025 la Banca Centrale ha svalutato il dinaro per la prima volta in quattro anni, abbassandone il valore del 13,3%. Sul mercato informale, secondo The Libya Observer, il cambio ha superato i 7,5 dinari per dollaro, ben al di sopra del tasso ufficiale. La stampa illegale di banconote ha ulteriormente eroso il valore della moneta: nel 2024 Reuters aveva rivelato la circolazione di dinari contraffatti provenienti anche dalla Russia.
Il 14 ottobre l’Alto Consiglio di Stato libico ha chiesto un’indagine penale sulla stampa illegale di miliardi di dinari a Bengasi. Secondo la Banca Mondiale, nel 2024 l’economia libica si è contratta dello 0,6%, mentre il Fondo Monetario Internazionale ha attribuito il rallentamento alla crisi petrolifera e all’instabilità istituzionale. La produzione di greggio ha raggiunto il massimo degli ultimi 12 anni a maggio, con 1,23 milioni di barili al giorno, per poi crollare a meno di 600.000 barili tra agosto e settembre 2024 a causa dello scontro tra le due amministrazioni sul controllo della banca centrale.
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, nel 2024 oltre il 37% dei libici viveva in povertà nonostante la ricchezza petrolifera, e la disoccupazione si attestava al 18,6%. La crisi di liquidità e la svalutazione della moneta rischiano ora di aggravare ulteriormente queste disuguaglianze, riducendo la capacità dello Stato di finanziare servizi essenziali e di sostenere la stabilità economica del Paese.












