di Giuseppe Gagliano –
Il recente incontro a Roma tra il viceministro della Difesa libico Abdulsalam Zoubi, il ministro italiano Guido Crosetto e il capo dell’intelligence di Roma mette in luce un dato di fondo: la Libia continua a essere una priorità strategica per l’Italia. Non solo per il dossier migratorio, che rimane un punto caldo nei rapporti bilaterali, ma anche per la stabilità del Mediterraneo e la competizione geopolitica che si gioca sulle coste nordafricane. L’Italia cerca di rafforzare le capacità del Ministero della Difesa libico, offrendo formazione, addestramento e sostegno tecnico, ma lo fa in un contesto segnato da fragilità croniche.
Mentre Roma prova a consolidare il legame con il Governo di Unità Nazionale (GNU) di Abdelhamid Dbeibah, la realtà sul terreno racconta un’altra storia: milizie armate rivali, scontri nelle strade di Tripoli e una capitale che rischia di precipitare di nuovo nel caos. L’ONU ha espresso “grave allarme” per la recente mobilitazione militare di gruppi provenienti da Misurata, con la possibilità concreta che la tensione degeneri in scontro aperto. Non è la prima volta: a maggio, la violenza aveva già travolto la città, con almeno otto vittime. La frattura tra il governo riconosciuto a Tripoli e l’amministrazione orientale sostenuta dal generale Khalifa Haftar resta la principale linea di faglia.
Per l’Italia, la Libia non è solo un dossier di sicurezza: è anche una questione economica ed energetica. Le riserve di petrolio e gas, la presenza di ENI e il ruolo della Libia come crocevia delle rotte migratorie la rendono un partner che Roma non può ignorare. Rafforzare la cooperazione militare significa, in prospettiva, garantire la sicurezza delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali. Ma ogni investimento rischia di essere vanificato se il Paese continua a vivere nella logica delle milizie, più potenti dello Stato stesso.
Sul piano militare, l’Italia punta a un duplice obiettivo: rafforzare un interlocutore istituzionale a Tripoli e impedire che le forze di Haftar, sostenute da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, consolidino la loro influenza nella Cirenaica. In questo quadro, la cooperazione non è soltanto addestramento ma anche deterrenza. Roma deve bilanciare la sua presenza, evitando di essere percepita come parte in causa di un conflitto interno, ma allo stesso tempo mostrando di avere gli strumenti per incidere sullo scenario.
L’instabilità libica è oggi il punto debole del Mediterraneo centrale. Se da un lato l’Italia cerca di mantenere un ruolo privilegiato, dall’altro la partita è globale: la Turchia rimane attore decisivo a Tripoli, la Russia avanza nell’est attraverso Haftar, mentre gli Stati Uniti mantengono un’attenzione intermittente. L’Europa, frammentata nelle sue politiche estere, lascia spazio alle potenze esterne. In questo mosaico, la dimensione economica è il vero motore: chi controllerà la Libia controllerà una parte delle forniture energetiche del Mediterraneo e un hub strategico delle rotte migratorie verso l’Europa.
L’Italia prova a giocare la carta della cooperazione militare, ma il rischio è evidente: puntare su un governo debole in un Paese frammentato. Le mobilitazioni armate a Tripoli ricordano che ogni accordo diplomatico rischia di essere spazzato via dalla forza delle armi. Roma deve muoversi con cautela, evitando di farsi trascinare in un conflitto interno, ma senza rinunciare al suo ruolo nel Mediterraneo. La scommessa è chiara: rafforzare Tripoli senza inimicarsi la Cirenaica, difendere i propri interessi energetici senza alimentare nuove tensioni. Un equilibrio difficile, ma inevitabile.












