di Giuseppe Gagliano –
Un’evasione di massa dal carcere di Surman, avvenuta nel pieno degli scontri tra gruppi armati rivali nelle città di Surman e Zawiya, riporta l’attenzione sulla fragilità delle istituzioni libiche e sul persistente controllo del territorio da parte delle milizie. Le autorità di Tripoli non hanno reso noto il numero dei detenuti fuggiti, limitandosi ad annunciare un’inchiesta, mentre resta da chiarire se la fuga sia stata una conseguenza del caos o un’operazione deliberatamente favorita.
I combattimenti hanno causato almeno tre vittime civili e numerosi feriti. Le immagini diffuse dai media locali mostrano violenti scontri a fuoco e colonne di fumo, confermando l’instabilità di un’area strategica della Libia occidentale.
Particolarmente delicata è la situazione di Zawiya, dove si trova la principale raffineria operativa del Paese, con una capacità di circa 120 mila barili al giorno. La società che gestisce l’impianto ha invitato il personale a evitare le zone interessate dagli scontri. Un’eventuale interruzione delle attività potrebbe ridurre la disponibilità di carburante sul mercato interno, alimentare il contrabbando e incidere sugli equilibri energetici del Mediterraneo.
Il controllo delle infrastrutture petrolifere continua infatti a rappresentare una delle principali fonti di potere economico e militare. Le rendite energetiche finanziano non solo il bilancio pubblico, ma anche reti di influenza, traffici illeciti e gruppi armati.
La calma è stata ristabilita grazie all’intervento della cinquantaduesima Brigata di fanteria, schierata a sostegno del governo di Tripoli, che ha messo in sicurezza il carcere, le principali arterie stradali e alcune installazioni militari. Tuttavia, il ricorso a un’altra formazione armata per fermare gli scontri conferma la debolezza dello Stato, ancora incapace di esercitare un monopolio effettivo della forza.
La crisi si inserisce nella più ampia frammentazione della Libia, divisa tra autorità concorrenti, milizie regionali e interessi di potenze straniere come Turchia, Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e diversi Paesi europei. In questo contesto, l’evasione di Surman rappresenta un ulteriore segnale dell’instabilità cronica del Paese, dove il controllo delle istituzioni continua a dipendere dagli equilibri tra gruppi armati più che dall’autorità dello Stato.












