Libia. Flintlock 2026: gli Usa coinvolgono nelle esercitazioni entrambe le parti

di Giuseppe Gagliano –

Per la prima volta dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, le forze militari delle due amministrazioni rivali della Libia parteciperanno a un’esercitazione congiunta sotto la regia degli Stati Uniti. L’annuncio del vice comandante di United States Africa Command, John Brennan, segna un cambio di passo significativo nella strategia americana nel Paese nordafricano. La città di Sirte, simbolo del conflitto e della fragile tregua libica, ospiterà una parte dell’esercitazione annuale delle forze speciali “Flintlock 2026”, con la partecipazione dell’Italia e di altri alleati internazionali. Non è solo un evento militare: è un segnale politico.
La Libia è ancora spaccata tra due amministrazioni contrapposte: da un lato il Governo di Unità Nazionale (GNU) riconosciuto dalle Nazioni Unite e con sede a Tripoli; dall’altro l’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato da Khalifa Haftar, che controlla l’Est e il Sud. A questa frattura politica e militare si somma la presenza di gruppi armati, interessi tribali e ingerenze esterne. La posizione geografica della Libia, affacciata sul Mediterraneo, porta del Sahel e ricca di risorse energetiche, la rende da sempre un terreno conteso tra potenze regionali e globali.
Washington, inizialmente vicina solo al governo di Tripoli, negli ultimi mesi ha scelto di estendere il dialogo anche alla sponda orientale, cercando di ridurre la distanza tra gli attori rivali. L’invito congiunto all’esercitazione è una mossa di equilibrio: non schierarsi apertamente con uno dei due fronti, ma usare lo strumento militare per ricostruire un canale comune.
L’inclusione della Libia in Flintlock non è casuale. Sirte si trova lungo la linea di cessate il fuoco stabilita nel 2020 e rappresenta un nodo geografico centrale: a pochi chilometri dalle rotte migratorie, dalle aree di attività dei gruppi jihadisti e dal fronte meridionale della NATO. Dopo anni di disimpegno relativo, gli Stati Uniti sembrano voler tornare a presidiare lo spazio libico con strumenti “leggeri”, ma efficaci: addestramento, intelligence e cooperazione antiterrorismo.
L’obiettivo è duplice. Da un lato, favorire un’integrazione graduale delle forze armate libiche per ridurre il rischio di escalation interna. Dall’altro, impedire che attori rivali, in particolare Gruppo Wagner, consolidino il proprio controllo nelle aree desertiche centrali, strategiche per il Sahel e per la sicurezza energetica europea.
Il ritorno americano in Libia non si spiega solo con il contrasto al jihadismo. A luglio, Donald Trump ha inviato il suo consigliere Massad Boulos a Tripoli e Bengasi, dove ha incontrato Haftar e Abdulhamid Dbeibeh per consolidare contatti commerciali. Da quella missione è scaturito un accordo infrastrutturale da 235 milioni di dollari tra la Corporazione Petrolifera Nazionale della Libia e la Hill International del New Jersey, volto ad aumentare la produzione e l’esportazione di gas.
Il messaggio è chiaro: stabilità militare e sicurezza energetica sono due facce della stessa medaglia. Washington mira a trasformare la Libia in una piattaforma energetica affidabile, alternativa parziale alle forniture di gas da Paesi meno stabili o politicamente ostili.
La scelta di una cooperazione militare non è solo tattica, ma anche economica. Rafforzare le capacità antiterrorismo libiche significa creare condizioni favorevoli per gli investimenti statunitensi e occidentali. Se Sirte diventerà un hub di addestramento e coordinamento, sarà più semplice giustificare nuove infrastrutture energetiche, logistiche e commerciali.
Inoltre la partecipazione di partner europei, come l’Italia, dimostra la volontà americana di condividere costi e responsabilità, evitando un ritorno diretto a largo raggio nel Mediterraneo.
Dietro l’ottimismo ufficiale, la scommessa americana resta fragile. Le divisioni libiche non sono solo militari, ma anche politiche, tribali ed economiche. Non basta un’esercitazione per trasformare due eserciti rivali in una forza unificata. Inoltre, l’impegno con entrambe le parti rischia di indebolire la legittimità del governo riconosciuto a livello internazionale. Washington dovrà muoversi su un crinale sottile, bilanciando interessi energetici, sicurezza regionale e rispetto dei diritti umani, spesso evocati ma raramente vincolanti.
Il ritorno strategico degli Stati Uniti in Libia attraverso Flintlock 2026 è un segnale che va oltre i confini libici. Riguarda la sicurezza del fianco sud della NATO, la competizione con la Russia e la Cina nel Sahel e la partita energetica nel Mediterraneo centrale. Se questa iniziativa riuscirà a trasformarsi in un meccanismo stabile di cooperazione, potrebbe rappresentare una nuova fase per la Libia, ma anche per la proiezione americana nella regione. Se fallirà, lascerà il campo ad attori meno inclini al compromesso.