Libia. Il petrolio che regge l’Europa e che scopre le fragilità di Tripoli

di Giuseppe Gagliano

L’Europa continua a comprare energia libica. È il dato che emerge dall’analisi di S&P Global, secondo cui dal 2024 le importazioni europee sono in crescita costante, trainate soprattutto dal greggio leggero Es Sider. La produzione ha toccato a settembre quota 1,26 milioni di barili al giorno, il livello più alto dal 2013, segnale di un miglioramento operativo reale, ma ancora fragile. La National Oil Corporation punta a raddoppiare la capacità fino a 2 milioni di barili entro il 2028, confidando nel rientro delle grandi compagnie internazionali dal 2026.
Per le raffinerie europee l’aumento dei flussi libici non è una panacea. Nel breve periodo, avverte S&P Global, i margini rischiano di comprimersi: più offerta non significa automaticamente migliore redditività, specie in un contesto di volatilità geopolitica e di aggiustamenti logistici. L’Europa beneficia della diversificazione, ma paga l’incertezza strutturale del fornitore.
Il dato che stona arriva dalla Banca Centrale Libica: tra inizio dicembre e il 21 del mese i proventi petroliferi trasferiti non superano i 581 milioni di dollari. A novembre il deficit sfiora i 7,8 miliardi. La Banca accusa la NOC di trasferimenti opachi; la copertura del buco poggia su rendimenti finanziari, depositi e oro. Soluzioni tampone che non risolvono il nodo centrale: un sistema di redistribuzione delle rendite che resta politicizzato e vulnerabile alle crisi.
Il miglioramento della sicurezza è reale ma non strutturale. Le minacce di chiusura dei giacimenti, gli scontri a Tripoli dopo l’uccisione di un leader di milizia, i problemi di pagamento che hanno fatto crollare le importazioni di diesel a giugno mostrano una normalità apparente. L’energia scorre, la politica no. È qui che il settore energetico resta ostaggio degli equilibri armati.
Il quadro si è ulteriormente complicato con la morte del capo di stato maggiore libico Mohammed Ali Al Haddad in un incidente aereo in Turchia, evento che colpisce la catena di comando del Governo di Unità nazionale. La coincidenza con l’estensione del mandato che consente il dispiegamento di truppe turche in Libia per altri due anni rafforza un dato: Ankara resta l’attore esterno più incisivo sul terreno. L’Europa, pur centrale come mercato di sbocco, fatica a trasformare il peso economico in influenza politica.
Per Bruxelles la Libia è una necessità energetica più che un partner stabile. L’aumento delle importazioni riduce dipendenze alternative, ma espone a shock improvvisi. Geoeconomicamente, la Libia offre greggio competitivo; geopoliticamente, resta un mosaico incompiuto. Senza un accordo politico credibile sulla gestione delle rendite e sulla sicurezza, l’obiettivo dei 2 milioni di barili rischia di restare un orizzonte tecnico senza fondamenta istituzionali.
L’Europa beve petrolio libico, ma non ne governa la fonte. Finché la stabilità resterà contingente e la finanza pubblica dipenderà da soluzioni straordinarie, ogni aumento di produzione sarà un successo provvisorio. La Libia produce di più; il sistema che dovrebbe reggere quella produzione, ancora no.