di Giuseppe Gagliano –
Quando Bashar al-Assad è caduto l’8 dicembre 2024, Mosca ha perso in un colpo solo le due perle della sua proiezione militare mediorientale: la base aerea di Hmeimim e il porto di Tartus. Ma il Cremlino non è tipo da piangersi addosso. In meno di un anno ha compiuto una delle più rapide e ambiziose riconfigurazioni strategiche della sua storia recente: ha spostato il baricentro dalla Siria alla Libia orientale, trasformando il Paese di Khalifa Haftar nel nuovo cuore pulsante della presenza russa in Africa e nel Mediterraneo.
Il Comando USA per l’Africa e la CIA seguono ogni passo con un’attenzione ossessiva. Immagini satellitari, tracciamento dei voli militari, intercettazioni, fonti locali: niente sfugge. E quello che vedono è un trasloco in grande stile, quasi un’operazione di evacuazione e reimpianto simultanea.
Da dicembre 2024 a oggi sono stati registrati almeno quarantasette voli pesanti tra Siria, Russia e Libia. Due An-124 Ruslan, i giganti da centocinquanta tonnellate, hanno fatto la spola da Hmeimim ad Al Khadim, settanta chilometri a est di Bengasi, tra il 26 e il 28 dicembre. Nove Il-76 hanno ripetuto la tratta per settimane. Poi sono arrivati voli diretti da Mosca e Rostov-sul-Don verso Tobruk, al-Jufra e Brak al-Shati. Tre navi Ro-Ro della Oboronlogistika hanno scaricato a Tobruk container definiti “oversize cargo” – la formula classica per nascondere carri armati e sistemi missilistici.
Non si tratta solo di uomini. Si stima che tra 1.200 e 1.800 contractor dell’Africa Corps (l’ex Wagner riciclata) più alcune centinaia di ufficiali e tecnici siriani in fuga abbiano già cambiato continente. Ma il piatto forte è l’hardware. Batterie S-300 ex siriane sono apparse ad al-Jufra e Brak al-Shati, radar sofisticati controllano il cielo della Cirenaica, una dozzina di elicotteri Mi-8 e Mi-35 sono stati riverniciati con i colori dell’Esercito Nazionale Libico. E nel profondo sud, a Matan al-Sarra, ottocento chilometri dentro il deserto al crocevia tra Libia, Ciad, Sudan ed Egitto, la vecchia base abbandonata è stata trasformata in una fortezza: pista allungata a 3.800 metri, hangar nuovi, depositi sotterranei. Le immagini satellitari mostrano container delle dimensioni giuste per gli Iskander.
Mosca ha perso Tartus ma in Libia guadagna molto di più: una costa mediterranea a trecento miglia da Lampedusa, il controllo indiretto dei giacimenti che producono il settanta per cento del petrolio libico, e soprattutto una piattaforma logistica perfetta per il Sahel. Da Matan al-Sarra un convoglio arriva in quarantotto ore a N’Djamena o a Nyala, nel Darfur. È la nuova autostrada russa verso Mali, Burkina Faso e Niger.
AFRICOM ha definito tutto questo «profondamente destabilizzante». A maggio ha pubblicato le foto di quattordici caccia russi trasferiti ad Al Khadim e ha accusato Mosca di voler creare una zona di esclusione aerea de facto sulla Cirenaica. La CIA traccia anche i soldi: tra il 2015 e il 2025 la Russia avrebbe investito in Libia tra i dieci e i quindici miliardi di dollari, tra armi, mercenari, stampa di dinari falsi e acquisto di fedeltà politiche.
Washington risponde su due fronti. Preme su Haftar perché conceda agli americani l’uso della base di Tobruk, offerta sul tavolo: due miliardi di dollari in armi e addestramento. Contemporaneamente rafforza il governo di Tripoli con droni Reaper e squadre speciali.
La Libia è diventata il nuovo hub russo nel continente. Da qui partono armi per le Forze di Supporto Rapido di Hemetti in Sudan, istruttori per le giunte saheliane, rientrano oro e uranio. Matan al-Sarra è il nuovo Tartus, ma piantato nel cuore dell’Africa.
Il 3 dicembre 2025 un rarissimo Tu-214PU-SBUS, l’aereo di comando del ministro della Difesa russo, è atterrato a Benghasi ed è rimasto undici ore a terra. Pochi giorni dopo un convoglio di quarantadue camion ha lasciato al-Jufra diretto al confine ciadiano.
AFRICOM e CIA contano i camion, i container, i minuti di sosta. Sanno che ogni carico che entra in Libia orientale è un pezzo di Africa che la Russia si prende. E il trasloco, a giudicare dal ritmo, è tutt’altro che finito.












