di Giuseppe Gagliano –
Ad Ajdabiya, nell’est della Libia, le forze di sicurezza hanno trovato una fossa comune con almeno 21 corpi di migranti. È una notizia che non dovrebbe più sorprendere e invece continua a colpire perché racconta la stessa verità, sempre più nuda: lungo la rotta libica, il migrante non è un essere umano in transito, ma una merce. Se vale un riscatto, viene tenuto vivo. Se non vale più nulla, sparisce.
Le autorità sono arrivate a una fattoria dopo una segnalazione su persone dell’Africa subsahariana trattenute. Alcuni sopravvissuti presentavano segni di tortura e, una volta portati in ospedale, hanno raccontato che nel gruppo c’erano altri migranti poi “scomparsi”. È così che spesso si scoprono queste fosse: non da un’indagine sistematica, ma da un frammento di sopravvivenza, da qualcuno che esce dal buio e indica dove guardare.
L’arresto del proprietario della fattoria e la sua ammissione sulla presenza della fossa comune sono l’elemento giudiziario. Ma il punto politico è un altro: un singolo arresto non scardina un sistema. Queste reti funzionano come filiere: reclutamento lungo le piste del Sahel, trasferimento nel deserto, prigionia in capannoni o fattorie, richiesta di denaro alle famiglie, violenza per “convincere” a pagare, e infine selezione brutale tra chi rende e chi pesa.
La tortura non è un eccesso. È un metodo di gestione del “capitale umano” in un’economia criminale. Serve a ottenere pagamenti, a spezzare resistenze, a imporre disciplina. E quando lo Stato non controlla territorio e armi, questo metodo diventa routine.
La Libia resta un Paese con ricchezza energetica e povertà istituzionale. Il petrolio attira interessi, milizie, rendite e corruzione; ma non produce automaticamente sicurezza, né diritto. Anzi, spesso la rendita finanzia la frammentazione: gruppi armati e apparati paralleli si contendono entrate, porti, strade, confini. In questo vuoto, il traffico di esseri umani diventa un’industria complementare: meno stabile è lo Stato, più redditizia è la predazione.
C’è poi un secondo fattore: per molti migranti la Libia non è solo “ponte” verso l’Europa. È anche destinazione di lavoro. Ma il lavoro, in un contesto simile, può trasformarsi in ricatto: il migrante entra per guadagnare e finisce prigioniero perché non ha documenti, protezione, voce.
Dal punto di vista della sicurezza, il problema non è la mancanza di uomini in divisa: è la mancanza di un monopolio della forza, cioè di una catena di comando unica e credibile. In un Paese vasto, con confini porosi e territori controllati a macchia di leopardo, la “sorveglianza” è intermittente. E quando la sorveglianza è intermittente, chi traffica impara a muoversi negli intervalli.
Geopolitica e geoeconomia: la rotta migratoria come leva internazionale
Qui entra la dimensione più cinica: la migrazione è diventata anche uno strumento di pressione. L’Europa chiede alla Libia di “fermare i flussi”, ma la Libia non è un attore unitario: è un insieme di centri di potere che usano frontiere e migranti come moneta. Ogni promessa di controllo può trasformarsi in richiesta di fondi, equipaggiamenti, legittimazione politica. E ogni “collaborazione” rischia di finire intrappolata in un paradosso: rafforzare apparati che non sempre sono separati dalle reti criminali che si vorrebbero combattere.
Le richieste internazionali di chiudere i centri di detenzione e di garantire accesso alle organizzazioni umanitarie sono giuste, ma si scontrano con la realtà: molti luoghi di prigionia sono informali, mobili, gestiti da gruppi armati. Non basta chiudere un cancello se la prigione è un capannone che domani cambia indirizzo.
Dice che la violenza sui migranti in Libia non è un incidente, è un sistema. Dice che la deterrenza europea, se si limita a spingere indietro i flussi senza costruire protezioni reali lungo la rotta, rischia di aumentare il potere dei trafficanti: più la traversata è difficile, più cresce il prezzo della “mediazione” criminale.
E dice, soprattutto, che senza una ricostruzione istituzionale libica, ovvero tribunali che funzionano, forze di sicurezza unificate, controllo delle milizie, responsabilità penale, ogni operazione resterà episodica. Una fattoria perquisita oggi, un’altra domani. Un arresto che fa notizia, mentre il mercato della disperazione continua a lavorare in silenzio.












