Libia. Torture, omicidi e abusi: l’Onu vuole la chiusura dei centri di detenzione

di Giuseppe Gagliano –

Durante la revisione periodica delle Nazioni Unite, la richiesta è stata diretta: chiudere i centri di detenzione per migranti in Libia, luoghi dove torture, abusi e uccisioni non sono eccezioni, ma parte della routine. Paesi europei e africani hanno denunciato ciò che tutti sanno da anni: i centri, gestiti formalmente dallo Stato ma di fatto controllati da milizie, sono la manifestazione più brutale del collasso libico. Le testimonianze raccolte in indagini giudiziarie, come quella nei Paesi Bassi, rivelano magazzini trasformati in prigioni informali, dove i migranti vengono sequestrati, picchiati, estorti e venduti come merce.
Il ministro degli Esteri del governo di Tripoli, presente alla riunione, ha riconosciuto senza giri di parole che il Paese vive una transizione fragile, schiacciato da divisioni interne e guerre intestine. Da un lato le milizie dell’Ovest, dall’altro le forze dell’Est, ognuna con i propri patroni regionali, i propri traffici e i propri equilibri di potere. In mezzo, uno Stato che ha accettato la giurisdizione della Corte penale internazionale e creato un comitato per la revisione dei centri di detenzione, ma che non ha la forza per imporsi su gruppi armati che operano con totale impunità. È questo il paradosso libico: si promettono riforme, ma le decisioni reali sono nelle mani delle milizie.
Mentre a Ginevra si discuteva di diritti umani, altre quarantadue persone morivano al largo di Zuwarah, partite su un gommone destinato a rompersi dopo poche ore. È il volto più tragico della crisi: la rotta dal Nord Africa all’Europa è ormai la più letale al mondo. Più di mille morti solo quest’anno, oltre 30mila in un decennio. Numeri che raccontano un Mediterraneo trasformato in confine armato e allo stesso tempo in cimitero. La maggior parte delle vittime di questa ultima tragedia fuggiva dal Sudan, dove la guerra tra esercito e milizie ha prodotto milioni di sfollati. Chi sopravvive alla violenza del proprio Paese finisce spesso nelle mani dei trafficanti libici, in un ciclo che unisce guerra, fuga, detenzione e naufragio.
La crisi libica è, allo stesso tempo, africana ed europea. Le potenze occidentali chiedono riforme, indagini, accesso alle fosse comuni. Ma per anni hanno finanziato, direttamente o indirettamente, la gestione esternalizzata dei flussi migratori da parte delle autorità libiche. Mentre i governi europei proclamavano la difesa dei diritti umani, i militari libici intercettavano barconi e riportavano i migranti nei centri dove iniziano gli abusi denunciati dalle Ong. I Paesi africani, dal canto loro, lamentano l’assenza di canali commerciali e politici capaci di ridurre la spinta migratoria. Accusano l’Europa di vedere il problema, non le cause.
In Libia i migranti sono parte di un’economia parallela alimentata da gruppi armati che gestiscono rotte, prigioni e riscatti. Le milizie si spartiscono i proventi del traffico come una risorsa strategica, utile per finanziare armi, consenso e protezione. Nei porti e nelle città costiere, il confine tra forze ufficiali e gruppi irregolari è ormai sfumato: gli stessi uomini che gestiscono centri di detenzione possono, il giorno dopo, scortare una delegazione internazionale. È un sistema in cui lo Stato non ha il monopolio della forza e dove la legge è spesso un elemento decorativo, non uno strumento di controllo.
La revisione periodica dell’ONU è uno dei pochissimi momenti in cui la comunità internazionale guarda la Libia con onestà. Ma il meccanismo ha un limite evidente: formula raccomandazioni, non impone obblighi. È un rito diplomatico che mette a nudo gli abusi, senza poterli fermare. Intanto le partenze aumentano, le onde ribaltano i gommoni, le fosse comuni si moltiplicano e i sopravvissuti vengono rinchiusi nei centri da cui il mondo chiede di liberarli.
La Libia è il cuore di un sistema che produce disperazione: un Paese diviso, attraversato da milizie che fanno dei migranti una fonte di denaro e di potere; un Mediterraneo che inghiotte vite; un’Europa che chiede rispetto dei diritti umani mentre esternalizza i confini; un’Africa che fugge da guerre dimenticate. La richiesta dell’ONU è giusta, necessaria, urgente. Ma rischia di restare un appello nel vuoto, perché nessuno degli attori sul campo ha oggi la forza o l’interesse a trasformare davvero un sistema che si alimenta di instabilità. La tragedia dei migranti in Libia non è un incidente: è il prodotto di un ordine regionale spezzato, e la sua normalizzazione è il segnale più inquietante del nostro tempo.