Lo scudo che divide l’America Latina

di Mauro Morbello –

Si è svolto nella località di Doral, nei pressi di Miami, un incontro che, pur essendo stato in larga misura trascurato dai mezzi di comunicazione italiani, rappresenta un passaggio di notevole rilievo geopolitico, non soltanto per l’America Latina ma anche per gli equilibri globali. L’evento, denominato “Shield of the Americas” (Scudo delle Americhe), è stato promosso dall’amministrazione Trump e ha riunito, accanto al segretario di Stato Marco Rubio, una dozzina di leader latinoamericani e caraibici politicamente vicini al governo di Washington.

Il vertice si colloca all’interno della nuova strategia emisferica definita tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, attraverso la quale gli Stati Uniti puntano a ristabilire una posizione egemonica a livello continentale, indebolita negli anni in cui l’America Latina aveva perso centralità nell’agenda di Washington, mentre la Cina rafforzava la propria presenza economica, infrastrutturale e tecnologica nella regione. L’obiettivo dichiarato dell’incontro è stato la creazione di una coalizione regionale contro il narcotraffico, le reti criminali transnazionali e la migrazione illegale. In realtà, dietro questa giustificazione formale traspare un obiettivo sostanziale diretto a ricomporre un ordine emisferico sotto guida statunitense, nel quale sicurezza, cooperazione militare, controllo delle infrastrutture strategiche e contenimento della Cina vengano integrati in un’unica architettura di potere.

In questo senso, la retorica della lotta al narcotraffico svolge una funzione essenziale. Assimilare le reti criminali transnazionali a una minaccia armata consente infatti agli Stati Uniti di spostare il problema dal terreno della cooperazione giudiziaria a quello della sicurezza, aprendo così la strada a una progressiva militarizzazione della propria presenza nella regione e a un più ampio coinvolgimento degli apparati militari dei Paesi aderenti all’iniziativa. In questa prospettiva, il caso venezuelano ha costituito un precedente significativo, poiché ha mostrato con chiarezza come il nesso tra narcotraffico, sicurezza emisferica e intervento militare possa trasformarsi in uno strumento di legittimazione dell’interventismo statunitense, con una duplice funzione di controllo su Paesi non allineati e contrasto agli interessi cinesi nella regione.

La stessa composizione dei partecipanti al recente vertice di Miami conferma questa logica. Lo Scudo delle Americhe non nasce come una piattaforma panamericana inclusiva, ma come una coalizione selettiva di governi ideologicamente affini a Washington. Tra i partecipanti più rappresentativi figuravano infatti i presidenti di Argentina, El Salvador, Ecuador, Panama e Paraguay, tutti fermamente allineati sulle posizioni di Washington, insieme ad altri governi con posizioni conservatrici o comunque inclini a una stretta collaborazione con gli Stati Uniti.

Al contrario, le tre grandi assenze, Messico, Brasile e Colombia, non appaiono casuali. Questi Paesi, che insieme rappresentano oltre la metà del territorio regionale e quasi due terzi del PIL dell’America Latina, sono oggi guidati da leadership di sinistra o centro-sinistra che, pur non rifiutando la cooperazione con gli Stati Uniti, si oppongono al fatto che essa venga ora ricondotta entro una nuova architettura emisferica fortemente militarizzata e subordinata alle priorità strategiche di Washington. In particolare, nel caso del Messico pesa il rifiuto di un’ulteriore militarizzazione regionale della lotta al narcotraffico e la volontà di non legittimare una strategia suscettibile di ridurne l’autonomia nei confronti degli Stati Uniti. Nel caso del Brasile, il governo Lula continua a perseguire una linea di equilibrio tra Washington e Pechino, difficilmente conciliabile con una coalizione concepita anche per contenere l’ascesa cinese. Quanto alla Colombia, pur senza interrompere la cooperazione antidroga con gli Stati Uniti, il governo Petro ha respinto con forza la deriva interventista impressa da Washington, opponendosi alla trasformazione della sicurezza regionale in una cornice di pressione militare e riallineamento strategico.

È evidente che la nascita dello “Scudo delle Americhe” ha segnato il tramonto definitivo del multilateralismo dell’Organizzazione degli Stati Americani, organizzazione nata nel 1948 e che, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni, aveva come missione quella di favorire la solidarietà e la cooperazione tra gli Stati nel continente americano. Al suo posto nasce invece oggi un sistema gerarchico di alleati e nemici di Washington, secondo una configurazione che tende a spaccare il continente. Il rischio, infatti, è quello di produrre una linea di frattura sempre più netta all’interno dell’America Latina. Da un lato, i Paesi che aderiscono alla coalizione dello Scudo vengono inseriti in un canale privilegiato di cooperazione, accesso a sostegno politico, coordinamento sulla sicurezza e canali preferenziali di finanziamento statunitensi. Dall’altro, i governi che rifiutano di allinearsi rischiano di essere progressivamente relegati ai margini, esposti a pressioni diplomatiche, ritorsioni o sanzioni da parte di Washington.

In questo quadro resta aperta un’incognita decisiva, la reazione della Cina. Finora Pechino ha mantenuto un profilo relativamente misurato, continuando a presentare i propri rapporti con l’America Latina come relazioni di natura essenzialmente economica e commerciale. Questa prudenza, tuttavia, non esclude che in futuro possa maturare una risposta più determinata, soprattutto se la coalizione a guida statunitense dovesse tradursi in iniziative volte a contenere, ostacolare o ridimensionare gli investimenti cinesi oltre la soglia tollerata da Pechino.

Il rischio, nel breve periodo, non è necessariamente quello di uno scontro militare diretto tra Stati Uniti e Cina, bensì quello di una crescente polarizzazione dell’America Latina. Se i Paesi aderenti alla coalizione promossa da Washington dovessero ricevere un sostegno crescente in termini di cooperazione militare, tecnologie di sorveglianza, addestramento e copertura politica, i governi che intendono preservare maggiori margini di autonomia potrebbero reagire rafforzando i propri legami con altri partner esterni, sostanzialmente Cina e Russia. In tale scenario, l’America Latina rischierebbe di divenire progressivamente un nuovo spazio di confronto tra blocchi contrapposti, in maniera non dissimile da quanto avvenuto durante la guerra fredda, aggravando le divisioni interne e aumentando il rischio di tensioni e contrapposizioni sempre più difficili da governare. Per il momento si tratta ancora di una possibilità teorica. Tuttavia, il progressivo irrigidimento dell’impostazione statunitense, confermato dal vertice di Miami, rappresenta un segnale che non può essere ignorato.