di Silvia Boltuc * –
Il gesto recente del ministro degli esteri omanita Badr Albusaidi ha incarnato il coraggio e la determinazione di un Paese che fino all’ultimo ha lavorato per scongiurare un conflitto mediorientale. In un raro intervento mediatico, Albusaidi ha reso pubblica la disponibilità dell’Iran a concessioni significative sul nucleare (che soddisfacevano le richieste statunitensi all’interno dei negoziati) e ha cercato di fermare preventivamente un’azione militare israelo-statunitense, esercitando pressione positiva affinché prevalesse la diplomazia sulla guerra. Questo atto, tanto audace quanto eccezionale per un Paese che raramente si espone mediaticamente, ha sottolineato la volontà di Muscat di proteggere la pace e di preservare il dialogo multilaterale anche nelle condizioni più tese, ribadendo che la neutralità non è rinuncia all’azione, ma scelta proattiva di mediazione e prevenzione.
Il Sultanato dell’Oman rappresenta un caso esemplare di neutralità attiva e lungimiranza strategica nel contesto altamente volatile del Golfo Persico, incarnando un modello di “Quietismo Strategico” che trascende la mera assenza di schieramenti. La neutralità omanita non è segno di passività, ma un deliberate asset calcolato, fondato su una combinazione di pragmatismo politico e equilibrio teologico: il predominio della comunità ibadita offre infatti un cuscinetto che consente a Muscat di dialogare con Riyadh e Teheran senza essere percepito come partecipe di conflitti settari, mentre la dottrina inaugurata dal Sultan Qaboos, sintetizzata nello slogan “Amico di tutti, nemico di nessuno”, costituisce la pietra angolare della politica estera, garantendo spazi riservati e sicuri per negoziati delicati. La condivisione strategica dello stretto di Hormuz con l’Iran rende la stabilità non una semplice preferenza, ma un imperativo esistenziale per l’economia nazionale, la cui continuità dipende dai flussi marittimi globali.
Nel corso degli ultimi decenni, l’Oman ha più volte dimostrato la propria capacità di mediazione e di prevenzione di escalation. Durante la guerra Iran-Iraq, mentre altri stati del Golfo sostenevano Baghdad, Muscat mantenne canali diplomatici con Teheran, agevolando negoziati di cessate il fuoco e scambi di prigionieri. Più recentemente, il Paese è stato il perno segreto delle trattative che hanno portato al JCPOA, ospitando incontri riservati tra Washington e Teheran in un contesto protetto dagli occhi indiscreti della stampa e dei vicini scettici. Nel conflitto yemenita, Muscat si è distinta come unico membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo a non aderire alla coalizione guidata da Riyadh, offrendo un ponte fisico e sicuro per i colloqui tra delegati Houthi e inviati occidentali, facilitando evacuazioni mediche e rilasci di ostaggi. Durante il processo degli Accordi di Abramo, Muscat ha saputo coniugare accoglienza di primi ministri israeliani, da Rabin nel 1994 a Netanyahu nel 2018, con una posizione pubblicamente pro-palestinese e rapporti stabili con Teheran, fungendo da laboratorio di una normalizzazione soft in cui la convivenza controllata di attori ostili ha prevenuto escalation diplomatiche immediate. Questi episodi testimoniano come il Paese trasformi la neutralità in un efficace strumento di gestione del conflitto e promozione della stabilità regionale.
L’espansione infrastrutturale, in particolare del porto di Duqm, costituisce un ulteriore pilastro della strategia omanita: posizionato al di fuori dello stretto di Hormuz, consente al Paese di ridurre la dipendenza economica dai flussi principali e di offrire rotte alternative per il commercio globale, aumentando al contempo l’attrattiva strategica per potenze internazionali quali Stati Uniti, India e Cina. Il Sultanato, inoltre, svolge una funzione cruciale come hub di intelligence e “cassetta nera” diplomatica, permettendo alle potenze globali di negoziare senza danni reputazionali, mentre l’Internal Security Service dispone di una rete di intelligence umana tra le più complete della regione, gestendo relazioni con Washington e Londra senza compromettere la fiducia degli attori regionali. In tal modo Muscat “esporta” stabilità, proteggendo la fragile transizione interna sotto il sultano Haitham e salvaguardando l’ambiziosa Vision 2040.
Tuttavia, recenti eventi evidenziano che la neutralità omanita affronta oggi la sua prova più ardua: gli attacchi al largo di Musandam e al porto di Duqm dimostrano che le acque omanite non sono più percepite come uno spazio politicamente immune, e che l’ingresso di potenze extra-regionali aumenta al contempo rilevanza e vulnerabilità.
In sintesi, il Sultanato dell’Oman emerge non come mero osservatore neutrale, bensì come attore proattivo e responsabile, capace di convertire la propria neutralità in leva concreta di stabilità, sicurezza e diplomazia. La sua capacità di mediare, facilitare il dialogo tra attori ostili e garantire spazi protetti per negoziati riservati costituisce un patrimonio essenziale per la pace regionale, rendendo Muscat un pilastro imprescindibile nella complessa architettura geopolitica del Medio Oriente, dove la coesistenza equilibrata e la prevenzione dell’escalation restano imperativi strategici ineludibili.
* Articolo in mediapartnership con SpecialEurasia.












