L’ombra dell’Impero: il ritorno dell’Europa austro-ungarica?

di Antonio Tomassetti *

Nel mese di aprile 2026, l’Ungheria è stata teatro di un passaggio politico di grande rilievo: le elezioni parlamentari hanno segnato la fine del lungo governo di Viktor Orbán, al potere in maniera continuativa dal 2010. Orbán deteneva uno dei primati più significativi tra i leader delle democrazie contemporanee per durata ininterrotta al governo, secondo solo, tra i casi comparabili, a Benjamin Netanyahu in Israele e Vladimir Putin in Russia. La sua uscita di scena rappresenta quindi un momento di svolta non soltanto per la politica interna ungherese, ma anche per gli equilibri politici all’interno dell’Unione Europea. Le elezioni sono state seguite con grande attenzione dalle cancellerie europee, soprattutto per l’ascesa del suo principale sfidante, Péter Magyar. Ex membro del partito di governo Fidesz, Magyar ha progressivamente preso le distanze da Orbán a causa di divergenze sia politiche sia strategiche. Pur rimanendo collocato nell’area conservatrice, Magyar ha costruito la propria campagna su una critica netta al sistema di potere consolidatosi sotto Orbán, in particolare denunciando fenomeni di corruzione e clientelismo, oltre che proponendo una revisione significativa della politica estera ungherese.
Negli anni precedenti infatti la linea politica di Orbán si era contraddistinta per un crescente isolamento in ambito europeo. L’utilizzo frequente del diritto di veto all’interno delle istituzioni dell’Ue, spesso impiegato per ostacolare decisioni comuni su temi quali la politica migratoria o il sostegno all’Ucraina, aveva progressivamente incrinato i rapporti tra Budapest e Bruxelles. Inoltre, le posizioni del governo ungherese su questioni come i diritti civili, in particolare nei confronti della comunità LGBTQ+, e il suo atteggiamento ambiguo nei confronti della Russia di Vladimir Putin avevano contribuito ad accentuare tale isolamento.
La campagna elettorale di Magyar si è quindi articolata attorno a due assi principali: da un lato, la promessa di riformare il sistema politico interno, contrastando la corruzione; dall’altro, il rilancio dei rapporti con l’Unione Europea. In questo senso, il nuovo leader ha ribadito più volte che “il posto dell’Ungheria è in Europa”, sottolineando la necessità di ristabilire un dialogo costruttivo con le istituzioni comunitarie. Tra le priorità del nuovo governo figura lo sblocco di circa 18 miliardi di euro di fondi europei congelati a causa delle violazioni dello stato di diritto durante l’era Orbán, nonché la revoca della sanzione di un milione di euro al giorno imposta all’Ungheria per il mancato rispetto delle normative europee in materia di immigrazione. A ciò si aggiunge la volontà di accedere a circa 16 miliardi di euro di prestiti europei destinati alla difesa.
Un elemento centrale della visione strategica di Magyar riguarda tuttavia il rafforzamento della cooperazione regionale in Europa centrale, con particolare attenzione al rapporto con l’Austria. In una delle sue prime dichiarazioni dopo la vittoria elettorale, egli ha affermato: «Un tempo facevamo parte dello stesso Paese e l’Austria è un partner economico fondamentale per l’Ungheria. Vorrei rafforzare i rapporti tra Ungheria e Austria per ragioni storiche, culturali ed economiche». Tale riferimento richiama esplicitamente l’eredità dell’Impero austro-ungarico, che per decenni ha unito politicamente e culturalmente i due Paesi.
La prospettiva delineata da Magyar può essere interpretata come un tentativo di ricostruire, in chiave contemporanea e non egemonica, una forma di cooperazione mitteleuropea fondata su interessi condivisi. Oltre alla dimensione storica, infatti, i legami tra Austria e Ungheria sono oggi estremamente solidi sul piano economico: l’Austria rappresenta il secondo investitore estero in Ungheria dopo la Germania, con oltre 11,7 miliardi di euro di investimenti, mentre circa 134mila cittadini ungheresi lavorano in Austria, spesso come lavoratori frontalieri. Tale interdipendenza economica costituisce una base concreta su cui costruire una più ampia collaborazione politica.
Parallelamente Magyar ha espresso l’intenzione di rafforzare i rapporti con altri Paesi dell’Europa centrale, in particolare Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. I suoi primi viaggi ufficiali, previsti per l’inizio di maggio 2026, includono infatti Varsavia e Vienna, a testimonianza della centralità attribuita a queste relazioni. In questo contesto, il confronto con il primo ministro polacco Donald Tusk appare particolarmente significativo, soprattutto per quanto riguarda le strategie volte a ristabilire lo stato di diritto e a sbloccare i fondi europei.
L’obiettivo politico più ambizioso del nuovo premier ungherese consiste nella creazione di un blocco centroeuropeo più coeso e influente all’interno dell’Unione Europea. A tal fine, egli ha proposto di integrare il Gruppo di Visegrád (che comprende Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) con il formato Slavkov, che include Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Una simile configurazione amplierebbe significativamente il peso politico della regione, consentendo ai Paesi coinvolti di coordinare le proprie posizioni su temi chiave e di esercitare una maggiore influenza nei processi decisionali europei.
Questo progetto si ispira in parte al modello del Benelux, una cooperazione regionale che ha dimostrato come Stati di dimensioni medio-piccole possano accrescere la propria rilevanza attraverso un’azione coordinata. Tuttavia, a differenza dell’approccio adottato da Orbán, l’intento di Magyar non sembra essere quello di ostacolare il funzionamento dell’UE, bensì di rafforzarne il carattere pluralistico attraverso una maggiore rappresentanza degli interessi centroeuropei.
Non mancano, tuttavia, elementi di criticità. Le divergenze tra i Paesi della regione restano significative, in particolare per quanto riguarda la guerra in Ucraina. Austria e Polonia sostengono attivamente l’invio di aiuti a Kiev, mentre l’Ungheria di Magyar, pur adottando una linea meno conflittuale rispetto al passato, si mostra più cauta e privilegia un approccio orientato principalmente agli aiuti umanitari. Analogamente, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno espresso riserve rispetto al pacchetto di prestiti europei da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina, evidenziando una persistente eterogeneità di posizioni all’interno della regione.
Il tentativo di costruire una cooperazione centroeuropea più stretta non è, peraltro, privo di precedenti storici. Già agli inizi del Novecento, figure vicine all’arciduca Franz Ferdinand avevano immaginato un progetto di riforma dell’Impero asburgico noto come “Stati Uniti della Grande Austria”, volto a trasformare la monarchia in una federazione di popoli. Tale progetto naufragò con l’assassinio dell’arciduca nel 1914 e il successivo crollo dell’impero. Un secondo tentativo si ebbe nei primi anni Duemila, quando, in vista dell’allargamento dell’Ue ai Paesi dell’Europa centro-orientale, l’Austria propose una rinnovata alleanza regionale; anche in questo caso, tuttavia, il progetto fallì, in parte a causa dei timori di alcuni Stati, come Polonia e Slovenia, di una possibile egemonia austriaca.
Nonostante tali difficoltà, numerosi analisti sottolineano l’esistenza di interessi comuni rilevanti tra i Paesi dell’Europa centrale, soprattutto in ambito economico e infrastrutturale. Come osservato dal politologo Reinhard Heinisch, una maggiore coordinazione nella presentazione di progetti comuni potrebbe rafforzare significativamente la capacità della regione di attrarre fondi europei e influenzare le politiche di coesione.
Infine, un elemento distintivo della leadership di Magyar sembra risiedere nella sua profonda conoscenza del funzionamento delle istituzioni europee. Prima di entrare in politica attiva, egli ha infatti lavorato per quasi un decennio a Bruxelles come diplomatico, esperienza che gli conferisce una competenza diretta nei meccanismi decisionali dell’Ue. Secondo lo storico Stefano Bottoni, Magyar sarebbe “il primo ministro ungherese ad avere una perfetta comprensione del funzionamento della macchina europea”. In quest’ottica, la sua strategia di rafforzamento delle alleanze regionali appare funzionale a un obiettivo più ampio: costruire un contrappeso efficace alle grandi potenze europee, in particolare Francia e Germania, attraverso una maggiore integrazione politica tra gli Stati dell’Europa centrale.
In conclusione, la vittoria di Péter Magyar apre una nuova fase nella politica ungherese ed europea. Se da un lato essa segna una discontinuità rispetto all’era Orbán, dall’altro propone una visione alternativa dell’integrazione europea, fondata non sul confronto ma sulla cooperazione regionale. Resta tuttavia da verificare se tale progetto riuscirà a superare le divisioni interne alla regione e a tradursi in un effettivo rafforzamento del ruolo dell’Europa centrale all’interno dell’Unione Europea.