L’oro degli italiani d’America

di Daniela Binello

Per grandezza la terza riserva aurea del mondo, dopo quella di Stati Uniti e Germania, è italiana: 2.452 tonnellate di oro fisico nazionale gestite da Bankitalia, il cui valore secondo le quotazioni di mercato è quantificato in 274 miliardi di euro, che però non si trovano in Italia, bensì custodite per oltre la metà nei caveau di Fort Knox e presso la Federal Reserve Bank di New York. La parte fisica restante si trova nella sede della Banca d’Italia (a Roma in via Nazionale), a Londra presso Bank of England e infine a Berna presso la Banca Nazionale Svizzera.
Nell’attuale legge di bilancio c’è un emendamento di Fratelli d’Italia (Fdi), in ottemperanza delle norme stabilite dai trattati europei, che sancisce che le riserve auree gestite in piena autonomia da Bankitalia appartengono al popolo italiano e allo Stato, rafforzando così il principio di patrimonio pubblico, pur escludendo una tassazione agevolata sull’oro da investimento.
L’emendamento di Fdi, nella sua prima stesura, aveva suscitato da parte della Bce (Banca Centrale Europea) il timore che la definizione di “proprietà del popolo italiano” potesse autorizzare il governo di turno a utilizzare l’oro per finanziare la spesa pubblica o per emettere nuovo debito. La norma è stata quindi riscritta specificando che l’oro è gestito in piena autonomia dalla Banca d’Italia e che qualsiasi modifica dovrà rispettare il Trattato e l’indipendenza del nostro Istituto centrale.
In tempi così instabili, però, dove ogni giorno l’ordine mondiale viene destituito dei principi cardine del diritto internazionale su cui abbiamo fondato le nostre convinzioni democratiche (perlomeno quelle che più si avvicinavano al concetto di democrazia, sebbene imperfetta), può essere lecito domandarsi se non sarebbe più “sano” che le nostre riserve auree fossero riportate a casa e pure di gran carriera.
Anche un gruppo di economisti di chiara fama la pensa così sul rimpatrio delle nostre riserve auree. Lo hanno espresso in una lettera aperta, fra gli altri, il professore emerito della Sapienza Nicola Acocella, lo storico Luciano Canfora, Giovanni Dosi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Andrea Fumagalli dell’università di Pavia e Mauro Gallegati dell’università Politecnica delle Marche.
Va detto che questa immensa ricchezza, perlopiù in lingotti, non occuperebbe nemmeno tanto spazio: le 2.452 tonnellate potrebbero entrare in cubi con lati di circa 20 metri. Diverso, invece, il discorso delle misure di sicurezza che dovrebbe avere il “super caveau” a prova di rapina.
Sia come non sia, allo stato dell’arte, il 43,29 per cento dell’oro degli italiani riposa nella fortezza militare americana di Fort Knox, nel Kentucky, 40 chilometri a sudovest di Louisville, sulla sponda sinistra del fiume Ohio. Il resto è nel Regno Unito (5,76%), in Svizzera (6,09%) e a Roma (44,86% circa). Si tratta di un patrimonio formatosi nel corso di oltre 120 anni di storia della Banca d’Italia, attraverso fusioni bancarie, durante il boom economico, e con una gestione oculata delle riserve.
Nel 1971, sotto l’amministrazione Nixon, gli Stati Uniti decisero di sganciare il dollaro dall’oro, abbandonando quindi il sistema del “gold standard”, il vincolo monetario che legava il valore della valuta a una quantità fissa d’oro, per garantirne la convertibilità. Tuttavia, le riserve auree delle varie nazioni continuarono a rappresentare una garanzia di stabilità, e lo sono ancora oggi, dato che il metallo prezioso continua a essere il bene rifugio d’eccellenza. Non è un caso che per ragioni di necessità nel 1976 l’Italia abbia utilizzato il suo oro come garanzia collaterale per un prestito vitale dalla Bundesbank tedesca, evitando così il default. In situazioni estreme (guerre, sanzioni, crac finanziari), l’oro è un asset facilmente liquidabile e accettato ovunque come forma di pagamento affidabile, quando le valute correnti perdono valore o accessibilità.
Ma perché oltre la metà del nostro oro si trova negli Usa? Il motivo è che l’Italia, con la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale, dovette ricostruire da zero la propria economia e secondo gli accordi di Bretton Woods del 1944 dovette trasferire una parte delle riserve auree negli Usa per ottemperare a una strategia comune, finalizzata a limitare le crisi economiche globali. Contestualmente i tassi di cambio delle valute furono legati al valore del dollaro, che a sua volta era legato all’oro. Con la sconfitta l’Italia, che doveva affrontare la ricostruzione e la mancanza di cibo, aderendo al Piano Marshall dovette dare garanzie di fedeltà agli alleati occidentali, consegnando una grossa parte delle proprie riserve auree. Lo stesso fece la Germania, che trasferì un terzo delle sue riserve auree negli Stati Uniti, salvo rimpatriandone gran parte nel 2013 da Usa e Francia.
Ancora oggi, però, la Banca d’Italia spiega che la scelta di diversificare geograficamente le riserve auree risponde a una strategia di minimizzazione dei rischi e degli oneri. In pratica, un quantitativo delle riserve viene custodito in prossimità delle principali piazze dove viene negoziato l’oro al fine di avere la possibilità, in caso di necessità, di poterlo vendere rapidamente e di minimizzare i costi legati al trasporto del metallo.
Non sono d’accordo gli economisti firmatari dell’appello di cui abbiamo parlato. «Riteniamo che non esista più alcuna valida ragione per la quale l’oro gestito dalla Banca d’Italia continui a essere stoccato in un paese straniero, anche se considerato amico e alleato» scrivono. «La necessità di trasferire l’oro in Italia è tanto più urgente considerata la grande incertezza che esiste nella sfera economica e geopolitica globale, anche tra nazioni amiche e alleate. E’ noto che l’indipendenza della Federal Reserve è sempre più contestata dall’attuale amministrazione americana, in una situazione in cui il prezzo dell’oro è salito rapidamente, tanto da diventare il secondo strumento di riserva delle banche centrali dopo il dollaro. Nell’attuale contesto di complessiva incertezza e di negoziazione tra le parti riteniamo che sia compito di un governo responsabile riportare in patria l’oro attualmente stoccato negli Usa».
Bisogna anche ricordare che nel 2019 Giorgia Meloni, allora all’opposizione, chiedeva a gran voce il «rimpatrio immediato dell’oro italiano». Oggi, da presidente del Consiglio, non lo dice più, ma la questione resta aperta.