
di Lucio Cornelio Silla –
A partire dal febbraio 2022, con l’esplosione del conflitto armato in Ucraina, evento che a distanza di oltre due anni,continua a produrre effetti devastanti e a ridefinire in profondità gli equilibri geopolitici del continente europeo, un numero crescente di Stati situati lungo il fronte orientale e settentrionale dell’Unione Europea ha intrapreso un processo sistematico di potenziamento delle proprie capacità difensive. In tale prospettiva i Paesi Baltici, la Polonia, la Finlandia e, in misura non trascurabile anche la Germania, hanno elaborato piani complessi di predisposizione infrastrutturale e militare, orientati alla creazione di sistemi di difesa in profondità. Questi ultimi si configurano non soltanto come strumenti di risposta a una minaccia immediata, ma soprattutto come misure di prevenzione e di deterrenza, concepite per fronteggiare l’eventualità, per quanto al momento ipotetica, di una futura aggressione ai rispettivi territori sovrani.
In tale cornice strategica, accanto alle opere difensive più note e oggetto di ampio dibattito, tanto sul versante fisico-infrastrutturale quanto su quello cibernetico, basti ricordare tra le più significative l’East Shield polacco e la cosiddetta Baltic Defense Line, i suddetti Stati stanno parallelamente orientando risorse e competenze verso l’implementazione di ulteriori dispositivi, meno conosciuti a livello di opinione pubblica internazionale, ma non per questo meno rilevanti ai fini della tenuta complessiva del sistema di sicurezza collettiva regionale. Tra tali soluzioni innovative si colloca il ricorso all’Hydraulic Warfare in chiave difensiva, ossia l’impiego strategico e controllato delle risorse idriche e delle trasformazioni ambientali da esse indotte, quale strumento complementare e potenzialmente decisivo nell’ambito della difesa in profondità.
Nello specifico, alla luce delle intrinseche potenzialità difensive che tali configurazioni ambientali sono in grado di offrire, i suddetti Paesi hanno avviato un processo sistematico di pianificazione volto al ripristino di ampie aree umide, le quali erano state oggetto, nel corso dei secoli XIX e XX, di imponenti opere di bonifica condotte per ragioni agricole, igienico-sanitarie ed economiche. Tale scelta, che oggi si presenta come un’inversione di tendenza rispetto alle logiche di sfruttamento intensivo del territorio proprie della modernità industriale, si fonda sulla consapevolezza che la presenza estesa e controllata di zone allagate possa costituire non soltanto un elemento di ostacolo materiale all’avanzata di potenziali forze ostili, ma anche un fattore di integrazione strategica all’interno di un più ampio sistema di difesa multilivello.
La ricostituzione di specchi d’acqua, acquitrini e paludi, un tempo eliminati per consentire la piena utilizzazione agricola del suolo, permette infatti di conferire al territorio una connotazione difensiva naturale, in grado di interagire con le altre infrastrutture militari e tecnologiche predisposte, rafforzando così la resilienza complessiva della regione. La presenza diffusa di barriere idriche e di aree soggette a inondazione controllata non solo complica le linee di penetrazione dell’avversario, ma impone altresì un ripensamento delle modalità di schieramento e di approvvigionamento delle forze armate nemiche, incrementando in tal modo l’efficacia della cosiddetta “difesa in profondità”. In tal senso, la restaurazione di paesaggi umidi e palustri non assume unicamente un valore ambientale o ecologico, ma diventa parte integrante di una più sofisticata architettura di sicurezza territoriale, che fonde in un’unica visione elementi naturali e infrastrutturali, tradizione storica e innovazione strategica.
Tale sviluppo si innesta su un patrimonio di conoscenze e di esperienze maturatosi in maniera significativa a seguito dell’osservazione e dell’analisi delle dinamiche belliche emerse nel corso della guerra in Ucraina stessa. Particolarmente rilevante, in tal senso, appare l’episodio della sorprendente ed efficace resistenza opposta dalle forze ucraine nell’area a nord-ovest di Kiev, tra la fine di febbraio e l’intero mese di marzo del 2022. In quel frangente la scelta strategica di distruggere una serie di dighe e di provocare il conseguente allagamento del bacino del fiume Irpin per una profondità stimata attorno ai trenta chilometri si rivelò di portata decisiva.
L’inondazione artificiale di vaste porzioni di territorio non solo rese impraticabili le principali direttrici di penetrazione delle forze armate russe, ma costrinse altresì l’avversario a rallentare drasticamente l’avanzata, a frammentare le proprie linee logistiche e a modificare in corsa la pianificazione operativa. Ciò consentì a un dispositivo difensivo numericamente inferiore, ma fortemente motivato, ben equipaggiato e sostenuto da un solido spirito di resistenza nazionale, di conseguire un successo militare che, per la sua inaspettata efficacia, è oggi considerato emblematico dell’impiego contemporaneo del cosiddetto Hydraulic Warfare. Tale episodio costituisce dunque un riferimento fondamentale per la riflessione strategica europea, dimostrando in maniera lampante come l’uso sapiente e deliberato delle risorse idriche e ambientali possa tradursi in uno strumento difensivo di grande valore all’interno di scenari bellici ad alta intensità.
Alla luce degli sviluppi che si sono manifestati dagli inizi del 2022, l’adozione dell’Hydraulic Warfare difensivo in profondità nelle regioni dell’Europa Orientale e dei Paesi Baltici appare non più come mera ipotesi strategica o excursus teorico, bensì come un asse emergente della sicurezza europea che unisce responsabilità ambientale, politica di difesa e dettati normativi sovranazionali.
Il ripristino delle torbiere, delle paludi, di aree lacustri, e delle aree umide più in generale, in particolare lungo i confini con la Federazione Russa o con paesi posti su linee potenzialmente critiche, come anche l’exclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia, è oggetto di valutazione concreta da parte di Polonia, Finlandia, e Paesi Baltici, come anche, seppure più distante, della Germania. Tale percorso beneficia di un duplice consenso:
da un lato, è supportato dalle leggi europee che impongono obiettivi vincolanti di ripristino ambientale, quali quella che obbliga gli Stati membri a restaurare habitat degradati, comprese le torbiere, le paludi, aree lacustri, con precise scadenze temporali, per motivi ecologici;
dall’altro, risponde a una percezione del rischio geografico che richiede soluzioni meno tradizionali ma capaci di conferire efficacia difensiva reale ed in profondità (a partire dai dati su proposte di re‐watering di torbiere, paludi, fiumi, ed aree lacustri, come barriere contro potenziali direttrici d’attacco e d’ostilità).
Ciò detto, la trasformazione di questa proposta in politica difensiva permanente richiede che vengano superate numerose sfide pratiche: l’individuazione dei territori più idonei, la gestione idraulica sostenibile, l’equilibrio con l’uso del suolo preesistente, la protezione degli ecosistemi e la costruzione di meccanismi di compensazione per le comunità locali, la supervisione gestionale del genio militare. Perciò, solo se realizzate con cura scientifica, multidisciplinarità e governance coerente, queste iniziative potranno realizzare il pieno potenziale del Hydraulic Warfare come elemento strutturale della difesa in profondità.
In definitiva, il ritorno dell’acqua su terre da lungo tempo sottratte al suo dominio non rappresenta soltanto una reminiscenza storica o un artificio tattico, ma un atto di ripensamento radicale del rapporto tra spazio naturale e sicurezza collettiva. La lezione ucraina del 2022 ha dimostrato con chiarezza come la gestione deliberata degli ambienti idrici possa assumere un ruolo decisivo nel mutare l’esito di un confronto bellico ad alta intensità; oggi, l’Europa Orientale e Baltica ne raccolgono l’eredità, trasponendola in strumenti durevoli di difesa territoriale.
Così l’Hydraulic Warfare difensivo in profondità si configura non soltanto come misura di contingenza, ma come architettura strategica integrata: una barriera viva, che fonde esigenze militari e obiettivi ecologici, deterrenza e rigenerazione ambientale. Esso segna un cambio di paradigma: dal confine inteso come mera linea di demarcazione ad un paesaggio funzionale, resiliente e stratificato, nel quale natura e ingegno umano cooperano per garantire sicurezza e stabilità. È in questa sintesi che si colloca la sua portata più innovativa, capace di ridefinire il volto stesso della difesa europea nel XXI secolo.











