di Giuseppe Gagliano –
Le proteste che hanno infiammato il Madagascar a partire dal 26 settembre segnano l’ennesima ondata di contestazione giovanile che scuote l’Africa subsahariana. La scintilla è stata l’esasperazione per i tagli cronici di acqua ed elettricità che da anni affliggono il Paese, unita a un profondo senso di sfiducia verso le istituzioni. A nulla è valso il tentativo del presidente Andry Rajoelina di sedare la rabbia popolare sciogliendo il governo il 29 settembre e destituendo il ministro dell’Energia: la folla è tornata in strada già il giorno dopo, segno che la crisi non è solo tecnica ma politica e generazionale.
Il movimento, ribattezzato “Gen-Z” come quello che ha dato voce a giovani marocchini e nepalesi, nasce e si organizza online, sfruttando Facebook e altre piattaforme per aggirare i tradizionali canali della politica e dei sindacati. I manifestanti chiedono risposte concrete: affidabilità dei servizi pubblici, responsabilità politica e scuse ufficiali del capo dello Stato per le sofferenze inflitte. L’uso massiccio dei social media ha trasformato il malcontento in mobilitazione spontanea e orizzontale, rendendo inefficaci le usuali strategie di contenimento del governo.
Secondo l’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, le forze di sicurezza hanno usato “forza non necessaria e sproporzionata”, con almeno 22 morti e oltre 100 feriti, accuse respinte dalle autorità di Antananarivo che attribuiscono parte delle violenze a bande di saccheggiatori. Il 30 settembre la polizia ha sparato lacrimogeni nella capitale per disperdere nuovi assembramenti, imponendo un coprifuoco dal tramonto all’alba e continuando a effettuare arresti. La durezza della repressione, con denunce di pestaggi, colpi di arma da fuoco e detenzioni arbitrarie, rischia di alimentare ulteriormente la rabbia e la sfiducia nei confronti dello Stato.
Rajoelina non è nuovo a crisi di piazza: salito al potere la prima volta nel 2009 a seguito di un colpo di Stato popolare contro Marc Ravalomanana, è tornato alla presidenza dopo elezioni contestate nel 2018 e nel 2023, quest’ultima boicottata dall’opposizione e caratterizzata da una scarsa affluenza. Il suo passato di leader “insurrezionale” lo rende oggi bersaglio di un paradosso: l’uomo che sfruttò il malcontento popolare si trova ora a doverlo domare. La decisione di licenziare il governo e promettere un nuovo premier in tre giorni non basta a ricostruire la fiducia di una generazione che chiede discontinuità e trasparenza.
La crisi attuale si inserisce in un quadro di povertà diffusa, infrastrutture carenti e alta dipendenza da aiuti esterni. L’instabilità scoraggia investimenti e sviluppo, mentre i tagli ai servizi essenziali sono la manifestazione più visibile di un sistema che non riesce a garantire standard minimi di vita. Se il governo non riuscirà a migliorare rapidamente l’approvvigionamento idrico ed elettrico, la protesta rischia di prolungarsi e di degenerare, replicando le dinamiche che in passato hanno portato a rivolte e cambi di regime.
Il Madagascar conferma come i movimenti giovanili digitali possano diventare il detonatore di crisi politiche in Paesi fragili, soprattutto dove le istituzioni sono percepite come corrotte o incapaci di rispondere alle esigenze di base. La sfida per Rajoelina è duplice: ricostruire i servizi pubblici e aprire un vero dialogo con una generazione che non si riconosce nelle vecchie élite. Senza un cambio di rotta, il rischio è quello di un nuovo ciclo di protesta e repressione, con conseguenze non solo per la stabilità interna ma anche per la sicurezza e la reputazione internazionale del Paese.












