di Giuseppe Gagliano –
In Madagascar lo scioglimento dell’intero governo da parte del presidente ad interim Michael Randrianirina segna un nuovo passaggio nella crisi politica del Paese. La destituzione del premier Herintsalama Rajaonarivelo e dell’intero esecutivo, senza una spiegazione pubblica dettagliata, appare come il tentativo di riorganizzare il potere nel pieno di una fase di forte instabilità istituzionale.
La decisione arriva dopo mesi di tensioni sociali legate soprattutto alla carenza cronica di acqua ed elettricità, che hanno alimentato proteste diffuse nelle aree urbane. Le manifestazioni, iniziate nel 2025 e represse con durezza, hanno progressivamente assunto una dimensione politica più ampia, mettendo in discussione la legittimità della leadership ad interim.
La crisi si è aggravata dopo la fuga dell’ex presidente Andry Rajoelina, evento che ha lasciato il Paese in una fase di sospensione istituzionale. Il governo provvisorio avrebbe dovuto guidare il ritorno alla normalità democratica, ma con il passare dei mesi cresce il timore che la transizione stia allungando i tempi senza produrre un reale ritorno alla stabilità.
Un ruolo crescente nelle proteste è stato assunto dai movimenti giovanili, in particolare dalla Generazione Z e dalla Generazione Y, che contestano la mancanza di trasparenza e l’esclusione dalle decisioni politiche. Alcuni gruppi hanno lanciato un ultimatum di 72 ore al presidente ad interim chiedendo maggiore apertura e una gestione più inclusiva della transizione.
Lo scioglimento del governo potrebbe quindi rappresentare una mossa per contenere la pressione della piazza e riorganizzare gli equilibri interni prima che la protesta si allarghi ad altri settori della società. Tuttavia la misura rischia di aumentare l’incertezza in un contesto già fragile.
Secondo il calendario annunciato dalle autorità, il processo di transizione dovrebbe includere consultazioni politiche fino alla fine del 2026, la stesura di una nuova Costituzione e elezioni presidenziali nel 2027. Una tempistica che molti osservatori considerano troppo lunga e che alimenta il sospetto che il periodo di transizione possa trasformarsi in una fase di potere prolungato.
Ulteriori tensioni sono emerse dopo la decisione della Corte amministrativa suprema di annullare i risultati delle elezioni del 2024 per il sindaco della capitale Antananarivo, città che rappresenta il principale centro politico e simbolico del Paese.
Anche sul piano regionale la situazione resta sotto osservazione. La Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe aveva sollecitato una tabella di marcia per elezioni entro febbraio 2026, ma gli sviluppi recenti indicano un possibile slittamento del processo democratico.
Alla base della crisi rimangono le difficoltà economiche e infrastrutturali. Le carenze di acqua ed energia riflettono la fragilità dello Stato e la difficoltà di garantire servizi essenziali alla popolazione. In questo contesto il nuovo esecutivo, quando verrà formato, dovrà affrontare problemi strutturali che hanno già alimentato il malcontento sociale.
Lo scioglimento del governo non chiarisce quindi il futuro politico del Madagascar ma apre una fase ancora più incerta. Molto dipenderà dalla capacità della transizione di recuperare credibilità e di riportare il Paese verso un percorso elettorale condiviso. In caso contrario il rischio è che la fase provvisoria si trasformi in una nuova stagione di instabilità istituzionale.












