Mali. I mercenari russi del Corpo d’Africa colpiti da al-Qaeda

di Giuseppe Gagliano

È successo ancora. Stavolta a Mopti, nel centro del Mali. Un’imboscata preparata dai miliziani del JNIM (Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin), affiliato ad al-Qaeda, ha causato la morte di numerosi combattenti del Corpo d’Africa, la nuova struttura paramilitare che ha preso il posto del gruppo Wagner nei teatri africani. Le immagini che circolano sono crude, ma la realtà lo è di più: il Sahel è tornato ad essere un pantano strategico in cui si muovono eserciti regolari, contractor, jihadisti e forze internazionali.
Dopo una fase di parziale arretramento, il JNIM sta riconquistando spazi e fiducia. Lo fa non solo in Mali, ma anche in Burkina Faso e Niger, dove le giunte militari hanno promesso sicurezza in cambio di autoritarismo, senza riuscire a contenere davvero la minaccia. Anzi, il ritiro delle truppe francesi e la riduzione della presenza internazionale hanno lasciato un vuoto riempito rapidamente dai jihadisti. L’imboscata di Mopti è solo l’ultimo episodio di una serie di attacchi contro postazioni militari e convogli, colpiti con mine, armi leggere e tattiche di guerriglia ben collaudate.
Il Corpo d’Africa rappresenta il volto aggiornato del legame tra la Russia e le giunte militari africane. Dopo la parabola di Prigozhin e la fine (ufficiale) della Wagner, Mosca ha deciso di strutturare la sua presenza paramilitare nel continente in modo più controllato, ma altrettanto efficace. Mali è uno dei casi scuola: mentre l’Occidente si ritira, i russi stringono accordi con i militari al potere, offrendo in cambio sicurezza, intelligence e sostegno contro i jihadisti. Un’operazione che mira a rafforzare l’influenza russa nell’Africa francofona, in chiave anti-occidentale e multipolare.
Il problema è che la presenza dei mercenari russi non ha finora portato a un miglioramento reale della situazione di sicurezza. Al contrario le operazioni del Corpo d’Africa sembrano spesso reattive e poco coordinate, mentre i gruppi jihadisti continuano a colpire con crescente audacia. A Mopti, l’agguato dimostra che il controllo territoriale è tutt’altro che acquisito e che la guerra asimmetrica resta lo strumento più efficace per logorare anche le forze meglio equipaggiate.
Il Mali, insieme a Burkina Faso e Niger, forma un arco instabile che attraversa il cuore del Sahel. Questa regione è strategica per diverse ragioni: risorse naturali, flussi migratori, corridoi commerciali e influenza geopolitica. Per la Russia penetrare nel Sahel significa rompere l’egemonia francese e costruire una sponda sud al proprio disegno eurasiatico. Per l’Occidente, perdere influenza qui vuol dire regalare spazio a potenze concorrenti e facilitare il radicamento del jihadismo.
Le conseguenze vanno ben oltre la zona d’impatto. Ogni attacco riuscito dei jihadisti alimenta l’instabilità politica, riduce la credibilità delle giunte militari e accresce la pressione migratoria verso l’Europa. Allo stesso tempo, l’intensificarsi del conflitto offre alle potenze esterne, Russia in testa, ma anche Cina e Turchia in prospettiva, l’opportunità di presentarsi come attori di stabilizzazione, approfittando del vuoto lasciato dalle potenze europee.
Il Sahel è diventato un laboratorio della competizione globale. La lotta al terrorismo si intreccia con gli interessi economici (miniere, uranio, terre rare), la diplomazia parallela (accordi segreti tra giunte e contractor), e le alleanze variabili. Gli attacchi al personale russo, dunque, non sono solo episodi militari: sono segnali geopolitici, azioni che tentano di minare la credibilità di Mosca come garante di sicurezza. Una guerra per procura che si combatte anche sulla pelle dei civili, in territori abbandonati dalle istituzioni e strumentalizzati dai nuovi imperi.
Il caos in Mali non è un accidente, ma una manifestazione dell’ordine multipolare in formazione. Gli attori non statali, cioè jihadisti, mercenari e gruppi armati vari, giocano un ruolo crescente. Gli Stati si frammentano o si blindano, ma perdono comunque sovranità. E le grandi potenze intervengono con mezzi non convenzionali, facendo della guerra un affare misto tra interesse, ideologia e affari. L’Africa non è più solo il retrobottega dell’Occidente: è il nuovo campo di battaglia della geopolitica globale.