di Giuseppe Gagliano –
La partenza delle forze russe dell’Africa Corps da Kidal non è un semplice ripiegamento tattico. È un colpo politico, militare e simbolico per la giunta maliana. Kidal non è una città qualunque: è il cuore storico della questione tuareg, il luogo dove l’autorità di Bamako è sempre stata contestata, il termometro della sovranità reale dello Stato sul Nord.
Quando, nel 2023, le forze maliane sostenute dai russi avevano ripreso Kidal, il potere militare di Bamako aveva presentato quell’operazione come la prova del fallimento francese e della riuscita del nuovo asse con Mosca. Oggi, con il ritiro dell’Africa Corps e il controllo rivendicato da JNIM e Fronte di Liberazione dell’Azawad, quel racconto si incrina. Reuters ha confermato che l’Africa Corps, struttura paramilitare sotto il controllo del ministero della Difesa russo, ha ammesso il ritiro da Kidal dopo duri combattimenti.
Il dato più grave, però, è politico: secondo la ricostruzione ripresa da RFI, ambienti maliani accusano i russi di aver saputo dell’attacco imminente e di non aver reagito, perché avrebbero già negoziato la propria uscita. Se questa lettura fosse confermata, non saremmo davanti a una ritirata improvvisata, ma a un disimpegno calcolato. Per Bamako sarebbe molto peggio: non solo una sconfitta, ma un tradimento.
Il fallimento della sicurezza delegata.
La giunta di Assimi Goïta aveva costruito buona parte della propria legittimità sull’idea di una rottura con la Francia e di un nuovo patto di sicurezza con la Russia. Via Parigi, via la missione delle Nazioni Unite, spazio ai russi: questa era la formula. Il messaggio era semplice e seducente: meno vincoli politici, più efficacia militare.
Kidal dimostra che quella promessa era fragile. L’Africa Corps non è Wagner nella sua fase di massima espansione. Dopo la morte di Evgenij Prigožin e la riorganizzazione delle strutture russe in Africa, la macchina paramilitare ha perso autonomia, aggressività e capacità di adattamento. Secondo il Guardian, gli ultimi attacchi in Mali hanno messo in luce limiti pesanti: morale basso, comando debole, formazione insufficiente e minore efficacia rispetto alla vecchia Wagner.
Il punto non è solo militare. È strategico. Bamako ha esternalizzato una parte decisiva della propria sicurezza a un attore esterno che combatte per interessi propri, non per ricostruire lo Stato maliano. Quando gli interessi coincidono, il sostegno funziona. Quando il costo supera il beneficio, il partner se ne va.
JNIM e FLA: un’alleanza di convenienza, ma devastante.
L’elemento più inquietante è il coordinamento tra JNIM, gruppo jihadista legato ad al-Qaeda, e FLA, formazione tuareg indipendentista. I due mondi non hanno lo stesso progetto politico. Il primo mira a un ordine jihadista transnazionale; il secondo ragiona in termini di autonomia, identità territoriale e potere nel Nord. Ma contro Bamako, almeno in questa fase, hanno trovato un terreno comune.
Reuters ha parlato di rischio di disgregazione del Mali dopo una serie di attacchi coordinati condotti da jihadisti e separatisti, con la riconquista di Kidal e pressioni su altre località strategiche. Il Guardian ha riferito che gli attacchi hanno colpito anche Gao, Mopti, Sévaré e persino aree vicine al cuore del potere militare, con la morte del ministro della Difesa Sadio Camara e del capo dell’intelligence militare Modibo Koné.
Questo significa che il problema non è più confinato al Nord. Se i gruppi armati riescono a colpire simultaneamente il centro, il nord e le aree sensibili attorno a Bamako, allora il Mali non affronta una ribellione periferica, ma una crisi dello Stato.
Valutazione militare: il fronte si allarga, l’esercito si assottiglia.
Dal punto di vista militare, il ritiro russo da Kidal produce tre conseguenze immediate. La prima è la perdita di profondità nel Nord. Senza Kidal, Bamako vede ridursi la propria capacità di controllare le vie tra Algeria, Niger e Mali settentrionale. La seconda è psicologica: se i russi arretrano, anche le truppe regolari maliane perdono fiducia. La terza è operativa: ogni abbandono di posizione libera materiali, itinerari, depositi, informazioni e margini di manovra per gli avversari.
Il controllo di Kidal permette a JNIM e FLA di presentarsi come forze capaci non solo di colpire, ma di amministrare territorio. È una differenza enorme. Un gruppo armato che compie attentati resta una minaccia. Un gruppo armato che prende città, negozia ritiri, gestisce passaggi e impone la propria bandiera diventa un potere alternativo.
Per l’esercito maliano, già provato da anni di guerra, il rischio è la frammentazione del dispositivo. Difendere contemporaneamente Bamako, Gao, Mopti, Sévaré, Tessalit, Kidal e le linee di rifornimento richiede uomini, intelligence, aviazione, logistica, carburante, droni, comunicazioni e comando. Senza un alleato esterno affidabile, Bamako potrebbe scoprire di avere un esercito numeroso sulla carta, ma insufficiente sul terreno.
La geoeconomia del caos saheliano.
La crisi di Kidal ha anche una dimensione economica. Il Nord del Mali è povero dal punto di vista produttivo tradizionale, ma ricco di valore strategico. È spazio di traffici, rotte, minerali, passaggi transfrontalieri, contrabbando, armi, carburante, droga, oro e reti migratorie. Chi controlla quelle aree controlla flussi, non solo villaggi.
Per Mosca, il Sahel non è mai stato soltanto un teatro ideologico antioccidentale. È anche una piattaforma di accesso a materie prime, contratti minerari, influenza politica e presenza militare. Ma l’instabilità estrema riduce la redditività dell’investimento. Se proteggere un regime diventa troppo costoso, e se il ritorno economico non compensa le perdite, anche la Russia può scegliere il ripiegamento selettivo.
Per Bamako, invece, la crisi aggrava il costo della sopravvivenza. Più territorio perde lo Stato, più aumentano spesa militare, insicurezza alimentare, fuga di popolazione, interruzione dei commerci e dipendenza da alleati esterni. La sovranità proclamata si trasforma così in dipendenza materiale: armi straniere, consiglieri stranieri, denaro esterno, mediazioni tribali e accordi locali.
Il colpo all’immagine russa in Africa.
Il danno per Mosca è serio. La Russia aveva venduto ai Paesi saheliani un messaggio potente: noi non facciamo lezioni sui diritti umani, non imponiamo riforme democratiche, non vi abbandoniamo come hanno fatto i francesi. Vi aiutiamo a combattere.
Ora quella promessa viene messa alla prova nel modo peggiore: davanti a una città simbolo, sotto attacco congiunto jihadista e separatista, i russi se ne vanno. Anche se Mosca potrà giustificare il ritiro come manovra tattica, il significato percepito nella regione sarà diverso. Se l’Africa Corps arretra a Kidal, perché un altro governo africano dovrebbe considerarlo una garanzia assoluta?
Il problema russo è che l’influenza militare, per funzionare, deve produrre risultati visibili. Può non costruire democrazie, può non stabilizzare società, può non risolvere conflitti etnici. Ma deve almeno garantire sicurezza al potere che protegge. Se non riesce nemmeno in questo, l’intero modello vacilla.
Il ritorno della questione francese.
Paradossalmente, la crisi non riabilita automaticamente la Francia. A Bamako, Parigi resta politicamente tossica. La narrativa anti-francese è stata troppo utile alla giunta per essere abbandonata facilmente. Ma i fatti mostrano che l’espulsione dell’influenza occidentale non ha prodotto stabilità. Ha sostituito una dipendenza con un’altra, senza risolvere le cause profonde del conflitto: governance debole, marginalizzazione del Nord, fratture etniche, economia informale, jihadismo radicato e assenza di uno Stato credibile.
L’Occidente può osservare con una certa soddisfazione le difficoltà russe, ma non dovrebbe illudersi. Il vuoto non viene riempito automaticamente da Bruxelles, Parigi o Washington. Nel Sahel, quando lo Stato arretra, non torna la diplomazia: avanzano gruppi armati, economie criminali e poteri locali.
Il Mali davanti al rischio di disgregazione.
La caduta di Kidal sotto il controllo di JNIM e FLA apre uno scenario molto pericoloso. Se l’alleanza tattica tra jihadisti e separatisti regge, Bamako potrebbe perdere progressivamente il Nord. Se invece l’alleanza si rompe, il Paese rischia una guerra multipla: Stato contro jihadisti, Stato contro separatisti, jihadisti contro separatisti, comunità locali contro comunità locali.
In entrambi i casi, l’unità del Mali diventa sempre più teorica. La capitale può conservare ministeri, bandiera, palazzi e riconoscimento internazionale, ma perdere la presa effettiva sul territorio. È la forma più insidiosa del collasso statale: non un crollo improvviso, ma una lenta evaporazione dell’autorità.
Kidal, dunque, non è solo una sconfitta militare. È una rivelazione. Mostra che la giunta maliana ha scambiato la sovranità politica proclamata con una sicurezza importata e precaria. Mostra che la Russia non è onnipotente nel Sahel. Mostra che jihadisti e separatisti, quando convergono, possono mettere in crisi l’intera architettura del potere.
Il Mali entra ora in una fase più dura. E per Bamako la domanda non è più chi sostituirà la Francia, né quanto durerà l’appoggio russo. La domanda è se esista ancora una forza capace di tenere insieme lo Stato prima che il Sahel centrale diventi definitivamente una carta geografica senza sovranità reale.












