di Giuseppe Gagliano –
Un riscatto da circa 50 milioni di dollari, pagato alla fine del 2025 per ottenere la liberazione di ostaggi nelle mani di gruppi legati ad al-Qaeda, avrebbe fornito nuove e ingenti risorse alla rete jihadista attiva nel Sahel. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, gran parte del denaro sarebbe stata distribuita alle unità combattenti del Gruppo per il sostegno all’Islam e ai musulmani, attivo soprattutto in Mali, Burkina Faso e Niger, mentre una quota sarebbe arrivata ai vertici dell’organizzazione e alla sua filiale nella Penisola Arabica.
Il rapporto non identifica l’ostaggio né chi avrebbe versato il denaro. Fonti regionali citate dalla stampa internazionale hanno chiamato in causa gli Emirati Arabi Uniti, che avrebbero ottenuto la liberazione di un proprio cittadino insieme a un pakistano e a un iraniano. Abu Dhabi non ha confermato il pagamento e ha ribadito il proprio impegno contro il terrorismo e il finanziamento dell’estremismo.
La cifra rappresenterebbe un salto di qualità rispetto ai riscatti normalmente richiesti per cittadini stranieri, generalmente compresi fra quattro e sei milioni di dollari. Cinquanta milioni consentono infatti di finanziare reclutamento, armi, munizioni, mezzi, comunicazioni, informatori e reti logistiche, rafforzando contemporaneamente la capacità dei jihadisti di assicurarsi fedeltà nelle comunità locali.
In territori caratterizzati da povertà, disoccupazione e debole presenza delle istituzioni, la disponibilità di ingenti risorse permette inoltre ai gruppi armati di trasformarsi in veri poteri economici, pagando combattenti, sostenendo le loro famiglie e costruendo reti di protezione e consenso. I sequestri diventano così parte di un sistema finanziario alimentato anche da estorsioni, contrabbando, imposizioni clandestine e controllo delle aree minerarie.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, la coalizione jihadista dispone di circa 7mila o 8mila combattenti nel Sahel, quasi la metà dei quali concentrati in Mali. Non si tratta di una forza convenzionale capace di controllare stabilmente le grandi città, ma di una struttura mobile che sfrutta l’estensione del territorio, la permeabilità delle frontiere e la debolezza degli apparati statali.
Le nuove disponibilità finanziarie possono aumentare la capacità di organizzare attacchi simultanei contro caserme, convogli, amministrazioni e infrastrutture. La strategia non richiede necessariamente la conquista immediata delle capitali, ma punta a isolare i centri urbani, interrompere le comunicazioni e dimostrare l’incapacità dello Stato di controllare le aree periferiche.
Mali, Burkina Faso e Niger hanno nel frattempo ridimensionato la presenza occidentale e rafforzato la cooperazione con Mosca. Il sostegno russo può garantire addestramento e capacità militari, ma non risolve le debolezze amministrative e sociali che favoriscono l’insurrezione. Anche operazioni particolarmente dure contro le comunità locali possono trasformarsi in uno strumento di propaganda e reclutamento per i jihadisti.
A rendere ancora più complesso lo scenario è il ruolo dell’oro. Gli Emirati rappresentano una delle principali destinazioni del metallo proveniente dall’estrazione artigianale della regione, mentre il controllo delle aree minerarie garantisce ai gruppi armati denaro, lavoro, traffici e influenza sulle popolazioni. La competizione nel Sahel riguarda quindi anche le risorse e le rotte commerciali che collegano Africa occidentale, Sahara, Nord Africa e Medio Oriente.
Il trasferimento di una parte del presunto riscatto verso lo Yemen mostrerebbe infine il crescente peso delle filiali africane all’interno della galassia di al-Qaeda. Il Sahel non sarebbe più soltanto un territorio destinatario di finanziamenti e direttive, ma anche una possibile fonte di risorse per la rete jihadista internazionale.
Il caso ripropone il dilemma dei riscatti: il pagamento può consentire la liberazione degli ostaggi, ma somme di queste dimensioni possono contemporaneamente finanziare nuove operazioni militari, rafforzare le organizzazioni responsabili dei sequestri e creare le condizioni economiche per nuovi rapimenti.



