di Giuseppe Gagliano –
La risposta del Ministero francese dell’Economia alla questione dell’etichettatura dei prodotti provenienti dal Sahara Marocchino non è un dettaglio tecnico, ma una dichiarazione politica in piena regola. Parigi ribadisce che, per la Francia, il presente e il futuro del Sahara rientrano nella sovranità marocchina, sancendo una linea di continuità con la svolta impressa da Emmanuel Macron negli ultimi anni. Non è più il tempo dell’equidistanza diplomatica: la Francia ha scelto Rabat come partner privilegiato e pilastro della propria strategia nordafricana.
Il tema dell’origine dei prodotti agricoli, cioè meloni, pomodori, esportazioni, da Dakhla diventa così una cartina di tornasole di una trasformazione più ampia: il passaggio dalla cautela giuridica alla realpolitik geopolitica, in cui il commercio si intreccia con la sovranità e con la proiezione di potere regionale.
La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea dell’ottobre 2024, che impedisce agli Stati membri di imporre divieti unilaterali sulle importazioni dal Sahara Marocchino offre a Parigi un doppio vantaggio. Da un lato, consente di scaricare su Bruxelles la responsabilità di eventuali decisioni controverse; dall’altro rafforza l’idea che la questione non possa essere affrontata in chiave nazionale, ma debba essere gestita all’interno di un quadro comunitario più ampio e politicamente controllabile.
In questo modo la Francia si presenta come difensore del diritto europeo e, allo stesso tempo, come promotore di una relazione privilegiata con il Marocco, mantenendo margini di manovra sia sul piano giuridico sia su quello diplomatico.
Dietro il dibattito sull’etichettatura si intravede una posta in gioco molto più ampia: il Sahara occidentale come area di sviluppo, infrastrutture, agricoltura intensiva e investimenti esteri. L’interesse dell’Agenzia francese per lo sviluppo nei progetti nelle cosiddette province meridionali segnala che Parigi non vede il Sahara come un territorio conteso, ma come un potenziale polo economico integrabile nella sfera marocchina e, per estensione, in quella euro-mediterranea.
La promozione dello sviluppo economico locale diventa così un argomento politico: investire significa consolidare il fatto compiuto, trasformando una disputa internazionale in una questione di crescita, occupazione e normalizzazione commerciale.
Il rafforzamento del sostegno internazionale al piano di autonomia marocchino, con l’adesione di oltre cento Paesi e l’avallo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, indebolisce ulteriormente la posizione del Fronte Polisario e dell’Algeria. La richiesta storica di un referendum di autodeterminazione appare sempre più isolata, compressa tra gli equilibri regionali e la stanchezza della comunità internazionale verso conflitti congelati.
Per Algeri, la questione del Sahara resta un dossier identitario e strategico; per Parigi, è diventata una variabile di stabilità regionale e di cooperazione economica. Questo squilibrio ridisegna i rapporti di forza nel Maghreb e rafforza Rabat come interlocutore privilegiato dell’Europa occidentale.
La scelta francese si inserisce in una logica più ampia: il Marocco come piattaforma di accesso all’Africa occidentale, partner energetico, nodo logistico e attore chiave nella gestione dei flussi migratori e della sicurezza regionale. Sostenere Rabat sul Sahara significa investire in un alleato percepito come stabile, affidabile e funzionale agli interessi europei.
Il Sahara Marocchino, conosciuto come Sahara Occidentale, da territorio conteso, si trasforma così in un laboratorio di integrazione geoeconomica sotto egemonia marocchina, con l’avallo crescente delle potenze occidentali.
La riaffermazione della partnership franco-marocchina sui prodotti del Sahara occidentale dimostra come le dispute territoriali contemporanee non si giochino più solo sul piano militare o diplomatico, ma anche su quello commerciale, normativo e finanziario. L’etichetta di un pomodoro diventa il simbolo di una scelta di campo: tra autodeterminazione e stabilità, tra principio e interesse, tra diritto internazionale e realismo strategico.
In questo quadro, la Francia non si limita a prendere posizione. Contribuisce a trasformare il Sahara da problema irrisolto a spazio politicamente normalizzato, in cui l’economia precede la soluzione politica e finisce, di fatto, per sostituirla.












