Mediazione di Trump: anche il Sudan è pronto a riconoscere Israele

di Guido Keller

Dopo Emirati Arabi Uniti e Bahrein (ma le trattative sono in corso sottobanco anche con l’Arabia Saudita), l’amministrazione di Donald Trump sta per mettere a segno un altro punto di portata storica: la sua mediazione ha infatti permesso di avviare il riconoscimento dello stato di Israele da parte del nuovo governo transitorio militare del Sudan, un fatto innovativo se si pensa che fino a poco fa la dittatura trentennale di Ahmad al-Bashir dava ospitalità a Bin Laden e a vari gruppi fondamentalisti.
Della normalizzazione dei rapporti fra i due paesi ne ha dato annuncio lo stesso presidente Trump, il quale ha parlato di accordo siglato “via telefono” tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok e il generale sudanese Abdel Fattah al Burhan, capo del Concilio militare. Da Tel Aviv e da Khartoum è stato fatto sapere che la normalizzazione dei rapporti sarà graduale, cominciando con l’agricoltura e quindi dagli scambi commerciali.
Trump da canto suo ha fatto sapere di aver rimosso il Sudan dalla lista nera del terrorismo, dopo aver incassato i 335 milioni di dollari promessi come risarcimento alle vittime degli attentati di al-Qaeda alle ambasciate a Nairobi e a Dar es Salaam nel 1998, che complessivamente provocarono 224 morti.
L’iniziativa di Trump e la sua tempistica non vanno viste esclusivamente in chiave elettorale a pochi giorni dal voto, bensì è funzionale al piano Kushner per chiudere una volta per tutte la “questione palestinese” attraverso la nascita della “Nuova Palestina”.
Una volta concretizzato il riconoscimento reciproco, gli Usa investirebbero in Sudan esportandovi tecnologia ed altri beni.

Jared Kushner.

Il piano Kushner, osteggiato da buona parte dell’opinione pubblica dei paesi arabi ma non necessariamente dalle leadership, prevede una rosa di iniziative e di compromessi a cominciare dal nome dello Stato sovrano dei palestinesi, la “Nuova Palestina”, il cui territorio cisgiordano e di Gaza verrebbero collegati da un lungo ponte autostradale alto 30 metri. I confini con Israele verrebbero ad essere aperti.
Gerusalemme diverrebbe una “città condivisa”, fra i due Stati, gli abitanti arabi verrebbero trasferiti nel territorio della “Nuova Palestina” per essere lì cittadini e non di Israele; il comune di Gerusalemme amministrerà la cosa pubblica locale ad esclusione dell’istruzione, che sarà a carico della Nuova Palestina, e riscuoterà dai palestinesi lì residenti una “tassa per l’Aqua e dell’Arnuna” in sostituzione di quella che già pagano. La proposta prevederà anche che sarà vietato agli ebrei di comprare case arabe ed agli arabi di acquistare case di ebrei; inoltre saranno aggiunti nuovi territori a Gerusalemme, mentre gli attuali luoghi santi rimarranno così come sono oggi.
Gli insediamenti israeliani nei Territori occupati resteranno ad Israele e saranno collegati da strisce delimitate, ma i palestinesi riceveranno in donazione dall’Egitto un territorio utile per la costruzione di un aeroporto, di un centro commerciale e per la coltivazione di generi agroalimentari, per quanto sarà loro interdetta la residenza. Fino alla costruzioni di un aeroporto palestinese, previsto entro 5 anni dall’entrata in vigore dell’accordo, gli abitanti della Nuova Palestina si serviranno liberamente degli scali israeliani.
La Nuova Palestina non avrà un proprio esercito e non potrà detenere armi pesanti, mentre le armi leggere saranno in dotazione solo alla polizia; in compenso sarà Israele a dover garantire la difesa del nuovo Stato, alla quale i palestinesi contribuiranno economicamente con l’aiuto dei paesi arabi.
I detenuti palestinesi nelle carceri israeliane “verrebbero rilasciati ad un anno dall’entrata in vigore dell’accordo, entro un periodo di tre anni”.
Terminerà l’embargo a Gaza, ma contestualmente tutte le armi, anche quelle in dotazione ai leader di Hamas, dovranno essere consegnate (la sicurezza verrà garantita dalla polizia della “Nuova Palestina”); verranno riaperti i commerci internazionali da e per Gaza, attraverso Israele, l’Egitto o via mare attraverso la Cisgiordania.
L’accordo porterà la firma di Israele, dell’Olp e di Hamas, mentre i finanziamenti (30 miliardi di dollari in 5 anni) per attuare i progetti arriveranno dagli Usa (20%), dall’Ue (10%) e dalle monarchie del Golfo (70%)
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