
di Giorgio Livas –
Negli ultimi tempi le forze israeliane hanno intercettato al largo di Creta parte della “Global Sumud Flotilla”, la missione internazionale diretta verso Gaza con attivisti filopalestinesi e aiuti umanitari. Secondo diversi gruppi pro-palestinesi, l’operazione sarebbe avvenuta anche con una forma di coordinamento logistico greco, circostanza mai confermata ufficialmente da Atene. L’episodio ha però mostrato ancora una volta quanto siano diventati stretti i rapporti strategici tra Grecia, Cipro e Israele e quanto il Mediterraneo orientale sia ormai entrato in una fase di militarizzazione e competizione geopolitica permanente.
Per decenni sembrava quasi impossibile immaginare una convergenza stabile tra Grecia, Cipro e Israele. Oggi invece il triangolo tra Atene, Nicosia e Tel Aviv rappresenta uno degli assi geopolitici più importanti del Mediterraneo orientale. Non si tratta soltanto di cooperazione militare o diplomatica: alla base di questa convergenza vi è una trasformazione profonda degli equilibri regionali, accelerata dalla crisi delle relazioni israelo-turche, dalle dispute marittime nell’Egeo e soprattutto dalla nuova centralità energetica del Levante mediterraneo.
Durante la Guerra Fredda la Grecia mantenne una posizione relativamente distante da Israele. Pur appartenendo alla NATO, Atene cercò a lungo di preservare relazioni solide con il mondo arabo e con il movimento palestinese. Il riconoscimento diplomatico completo di Israele arrivò soltanto nel 1990, molto più tardi rispetto alla maggior parte dei paesi occidentali. Nella cultura politica greca sopravvivevano inoltre forti correnti filopalestinesi, specialmente nella sinistra antiamericana e in settori del nazionalismo ortodosso.
La vera svolta avviene dopo il 2010. L’incidente della Mavi Marmara e il progressivo deterioramento delle relazioni tra Israele e la Turchia aprirono infatti uno spazio geopolitico completamente nuovo. Israele iniziò progressivamente a considerare Grecia e Cipro come partner strategici alternativi ad Ankara nel Mediterraneo orientale. Da allora la cooperazione trilaterale si è intensificata sul piano militare, energetico, navale e dell’intelligence.
Benjamin Netanyahu ha più volte definito Grecia e Cipro “partner strategici” di Israele nel Mediterraneo. Durante il summit trilaterale israelo-greco-cipriota di Gerusalemme del dicembre 2025, il premier israeliano dichiarò: “A coloro che credono di poter ripristinare il loro impero, diciamo che questo non accadrà. La coalizione trilaterale non cerca il conflitto con nessuno, ma piuttosto la stabilità”. Il riferimento alla Turchia apparve evidente.
Ankara persegue infatti una strategia marittima e regionale sempre più assertiva. Attraverso la dottrina della “Mavi Vatan” (“Patria Blu”), sviluppata negli ambienti strategici e navali turchi, la Turchia mira a trasformarsi nella principale potenza marittima del Mediterraneo orientale, estendendo la propria influenza dal Mar Nero fino al Levante e al Nord Africa. Tale visione implica inevitabilmente uno scontro con gli interessi di Grecia, Cipro e, indirettamente, Israele.
La dimensione energetica costituisce probabilmente il vero nucleo strutturale di questo nuovo asse. Negli ultimi quindici anni il Mediterraneo orientale è emerso come una delle nuove frontiere energetiche globali grazie alle grandi scoperte offshore avvenute tra Israele, Egitto e Cipro. In particolare, la Repubblica di Cipro si è progressivamente trasformata in uno dei principali nodi energetici del Levante mediterraneo.
La scoperta del giacimento Aphrodite nel 2011 rappresentò un punto di svolta storico per Nicosia. Situato nella Zona Economica Esclusiva cipriota, il giacimento è stato stimato intorno ai 4,5 trilioni di piedi cubi di gas naturale. Successivamente seguirono altre importanti scoperte, tra cui Calypso nel Blocco 6 e soprattutto Cronos, individuato nel 2022 da Eni e TotalEnergies sempre nel Blocco 6. Le stime iniziali parlano di circa 2,5 Tcf, equivalenti a circa 70 miliardi di metri cubi di gas.
L’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi definì Cronos una scoperta strategica per l’Europa e per il Mediterraneo, sottolineando come fossero già in corso studi per accelerarne lo sviluppo infrastrutturale. Dopo la guerra in Ucraina e la crisi energetica europea seguita alla riduzione delle forniture russe, i giacimenti del Mediterraneo orientale hanno assunto una rilevanza geopolitica ancora maggiore.
Il valore di questi giacimenti non è però soltanto economico. Il problema centrale riguarda infatti il controllo degli spazi marittimi e delle Zone Economiche Esclusive. Cipro ha firmato accordi di delimitazione marittima con Egitto, Israele e Libano, basandosi sul diritto del mare sancito dalla Convenzione UNCLOS. La Turchia, che non riconosce pienamente la Repubblica di Cipro nel dossier energetico e non aderisce alla Convenzione UNCLOS, contesta però gran parte delle delimitazioni marittime cipriote.
La disputa è resa ancora più complessa dalla posizione turca sulle isole greche. Ankara sostiene che le isole dell’Egeo e del Dodecaneso non possano generare pienamente Zone Economiche Esclusive estese, soprattutto nelle aree vicine alla costa anatolica. Grecia e Cipro respingono completamente questa interpretazione, considerandola una minaccia diretta ai propri diritti sovrani.
Il memorandum marittimo firmato nel 2019 tra Turchia e Governo di Accordo Nazionale libico aggravò ulteriormente le tensioni. Attraverso quell’accordo Ankara cercò di creare un corridoio marittimo turco-libico che attraversava il Mediterraneo orientale ignorando le rivendicazioni greche e cipriote. Per Atene e Nicosia si trattò di un tentativo strategico di interrompere la continuità geografica tra Grecia, Cipro ed Egitto e di ostacolare i progetti energetici regionali alternativi alla Turchia.
In questo contesto nacque il progetto EastMed, concepito per trasportare il gas israeliano e cipriota verso l’Europa passando attraverso Grecia e Mediterraneo orientale. Sebbene il progetto sia stato successivamente ridimensionato per ragioni economiche e tecniche, il suo significato geopolitico rimane enorme. EastMed rappresentava infatti il tentativo di costruire una rete energetica mediterranea indipendente dalle infrastrutture controllate da Ankara.
La competizione energetica si è progressivamente trasformata anche in confronto navale. Negli ultimi anni le marine militari della regione hanno aumentato significativamente la propria presenza nel Mediterraneo orientale. Grecia, Israele e Cipro hanno intensificato esercitazioni congiunte, cooperazione tecnologica e coordinamento militare. Israele utilizza regolarmente lo spazio aereo greco per addestramenti strategici a lunga distanza, mentre Atene considera ormai la cooperazione con Tel Aviv un pilastro della propria architettura di sicurezza.
Le tensioni hanno prodotto anche incidenti concreti. Nel febbraio 2018 la nave Saipem 12000 di Eni venne bloccata dalla marina turca mentre era diretta verso il Blocco 3 della ZEE cipriota per attività esplorative. L’episodio mostrò chiaramente come la questione energetica fosse ormai inseparabile dalla competizione strategica regionale.
Parallelamente è cresciuta anche la presenza economica israeliana in Grecia e a Cipro. Il turismo israeliano è aumentato rapidamente, mentre investitori israeliani hanno acquisito proprietà immobiliari, infrastrutture turistiche e attività commerciali soprattutto nelle isole greche e a Cipro. Dopo il 7 ottobre 2023 e l’instabilità regionale, parte della stampa greca e turca ha persino discusso indiscrezioni relative alla possibilità che alcuni ambienti israeliani considerassero Grecia e Cipro come possibili “safe havens” in caso di guerra regionale estesa.
La convergenza tra Grecia, Cipro e Israele gode inoltre dell’appoggio di ampi settori delle élite economiche elleniche. La tradizionale borghesia armatoriale greca, storicamente integrata nei circuiti anglosassoni e occidentali, vede nell’alleanza con Israele anche un rafforzamento del legame strategico con gli Stati Uniti. Washington ha infatti sostenuto negli ultimi anni il consolidamento dell’asse mediterraneo anti-instabilità tra Atene, Nicosia e Tel Aviv, considerandolo utile sia per il contenimento russo sia per il controllo delle rotte energetiche regionali.
Non mancano però opposizioni interne. In Grecia persistono forti ambienti filopalestinesi e anti-israeliani, soprattutto nella sinistra radicale ma anche in alcune correnti nazionaliste ortodosse. A Cipro vari settori politici temono invece che l’isola possa trasformarsi in una piattaforma avanzata di un eventuale confronto tra Israele e Turchia.
Ankara osserva con crescente irritazione questa convergenza strategica. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha accusato più volte Grecia, Cipro e Israele di voler costruire un sistema regionale ostile alla Turchia e al mondo musulmano. Per gli ambienti strategici turchi, l’asse ellenico-israeliano rappresenta infatti un tentativo di contenimento geopolitico della “Mavi Vatan”.
Al di là della retorica diplomatica, il Mediterraneo orientale sta entrando in una nuova fase storica caratterizzata dalla fusione tra energia, sicurezza marittima, competizione navale e rivalità geopolitiche. Grecia, Cipro e Israele hanno costruito una convergenza fondata non tanto su affinità culturali spontanee, quanto sulla percezione condivisa di interessi strategici comuni: contenimento turco, sicurezza energetica, controllo delle rotte marittime e integrazione nel sistema occidentale guidato dagli Stati Uniti.L’ellenismo mediterraneo e Israele, un tempo distanti, oggi condividono la stessa geografia della sicurezza.











