di Giuseppe Gagliano –
Secondo fonti di intelligence citate da NBC News, l’amministrazione Trump sta pianificando una missione militare segreta in territorio messicano per colpire direttamente i cartelli della droga. L’operazione, ancora in fase di addestramento, coinvolgerebbe forze speciali del Joint Special Operations Command (JSOC) e agenti della CIA, con il possibile impiego di droni armati MQ-9B SkyGuardian contro laboratori di fentanyl e depositi di droga gestiti dai cartelli di Sinaloa e Jalisco Nueva Generación. Le basi di comando sarebbero localizzate nel sud del Texas e nel New Mexico.
Per il presidente statunitense, la “guerra ai cartelli” è una missione di sopravvivenza nazionale: nel 2024 la crisi degli oppioidi ha provocato oltre 110mila morti negli Stati Uniti. A settembre, Trump ha firmato un ordine esecutivo che definisce sei principali cartelli messicani come “organizzazioni terroristiche straniere”, aprendo così la strada all’uso legale della forza militare. L’obiettivo dichiarato non è destabilizzare il governo di Città del Messico, ma “neutralizzare i gruppi criminali che minacciano direttamente la sicurezza americana”. Tuttavia, il rischio di un’azione unilaterale senza consenso messicano resta alto, e il confine tra cooperazione e violazione della sovranità appare sempre più sottile.
La presidente Claudia Sheinbaum ha ribadito più volte la sua ferma opposizione a qualsiasi presenza armata straniera, definendo la sovranità del Messico “inviolabile”. Ha rivelato di aver già rifiutato in passato un’offerta diretta di Trump per l’invio di truppe americane “in supporto” alla lotta contro i cartelli. Per il governo messicano, accettare un’operazione di questo tipo equivarrebbe a un’ammissione di debolezza e a un precedente politico pericoloso.
Dal 2008, con l’Iniziativa Mérida, Washington ha limitato la propria presenza militare a missioni di addestramento e cooperazione tecnica. L’invio di truppe o droni armati rappresenterebbe una svolta storica. Secondo analisti interamericani, una tale operazione potrebbe compromettere non solo i rapporti diplomatici ma anche le relazioni economiche e i programmi congiunti sulla migrazione e l’energia.
La pianificazione della missione in Messico s’inserisce nella strategia più ampia di Washington di estendere la logica della “guerra preventiva” al narcotraffico. Dopo il Venezuela e Cuba, l’America Latina torna ad essere un terreno d’intervento militare diretto. L’idea di combattere i cartelli come “minacce terroristiche” apre una nuova stagione d’interventismo, dove il confine tra difesa e invasione si fa labile.
Un eventuale ingresso di forze speciali statunitensi in Messico avrebbe un impatto devastante sulla percezione pubblica in tutta l’America Latina. Dalla Colombia al Brasile, i governi guardano con inquietudine alla possibilità che il Pentagono si riappropri della dottrina delle “operazioni extraterritoriali”, con il pretesto della sicurezza.
Per ora, la Casa Bianca tace. Ma le esercitazioni e le simulazioni militari sono già in corso. E la “guerra invisibile” contro i cartelli potrebbe presto trasformarsi in un nuovo conflitto senza dichiarazione, nel cortile di casa di Washington.












