Montenegro. Ivanovic preme per l’adesione all’Ue

di Giuseppe Gagliano

Il vice primo ministro montenegrino, Filip Ivanovic, ha lanciato un messaggio diretto e inequivocabile: se l’Unione Europea non riuscirà ad allargarsi, rischierà di perdere la propria credibilità. Un’affermazione forte, ma non isolata. Il Montenegro, pur essendo il più piccolo dei Paesi candidati, è anche quello che ha compiuto i progressi più significativi sul fronte delle riforme, un dettaglio che gli consente di parlare con l’autorità di chi ha fatto i compiti e ora pretende che l’Unione mantenga le sue promesse.
Ivanovic sostiene che, senza un ampliamento verso i Balcani occidentali e verso gli Stati già in marcia come Ucraina e Moldavia, l’Unione correrebbe un rischio esistenziale: diventare un’istituzione che predica l’integrazione ma non la pratica.
La guerra in Ucraina ha dato nuova vita a un processo che sembrava addormentato. L’Europa ha compreso che lasciare vaste aree del continente nel limbo politico significa aprire spazi di influenza a potenze rivali. L’invasione russa ha dimostrato quanto sia illusorio pensare che la stabilità possa essere garantita ignorando i vicini più fragili.
Ecco perché l’allargamento non è più soltanto una questione burocratica, ma una scelta strategica: disegnare una nuova mappa europea che includa chi condivide valori e orientamenti politici coerenti con l’architettura dell’Unione.
Il Montenegro ha completato gran parte del pacchetto di riforme richiesto da Bruxelles. Ha lavorato su tribunali, istituzioni, lotta alla corruzione e allineamento completo alla politica estera dell’Unione. Non è un caso che Ivanovic parli con sicurezza di chiudere i negoziati nel 2026 e di aderire ufficialmente nel 2028. Il suo slogan, “ventotto entro il 2028”, gioca proprio sull’idea di riportare l’Unione a quel numero di membri che aveva prima della Brexit.
Dal punto di vista tecnico, il Paese ha tutte le carte in regola. Il nodo, però, non è tecnico, ma politico.
La candidatura dell’Ucraina, e con essa l’intero processo di allargamento, è bloccata dal premier ungherese Viktor Orban. Negli ultimi anni Budapest ha usato il veto per condizionare molte decisioni estere dell’Unione, facendo emergere una fragilità strutturale: l’obbligo dell’unanimità trasforma ogni Paese in potenziale ostaggio degli interessi nazionali di uno solo.
In una Unione ampliata a trenta o più Stati, questo meccanismo rischia di diventare un freno permanente. Da qui la proposta, ancora discussa e molto controversa, di accettare nuovi membri limitando temporaneamente i pieni diritti di voto. Una soluzione che molti vedono come necessaria, ma che i Paesi candidati, Montenegro in testa, considerano inaccettabile.
Esiste un’altra preoccupazione reale: i rischi che un nuovo membro, una volta entrato, possa fare marcia indietro sui valori fondamentali dell’Unione, dallo stato di diritto alla libertà dei media. È già accaduto in passato. Per questo, alcuni funzionari propongono una sorta di periodo di prova anche dopo la chiusura del negoziato.
Ivanovic respinge questa ipotesi con decisione: “Siamo sotto valutazione da tredici anni, e lo saremo fino alla fine del negoziato. Una volta chiusi i capitoli, il processo deve ritenersi concluso”. Una posizione che riflette la crescente stanchezza dei Paesi candidati, spesso costretti ad attendere anni mentre l’Unione cambia criteri in corsa.
Dietro la questione del Montenegro c’è una sfida molto più ampia: l’Europa deve decidere se presentarsi come un’Unione che chiude le porte per paura di non riuscire a gestire il cambiamento, oppure come un attore capace di allargarsi, riformarsi e accogliere in modo coerente chi condivide i suoi principi.
Non si tratta solo di integrare un piccolo Paese balcanico. Si tratta di dimostrare che l’Europa ha ancora un progetto politico ambizioso e che non teme la concorrenza di Russia, Cina o Turchia per l’influenza sui Balcani occidentali.
Il monito di Ivanovic è semplice: un’Unione che non cresce, si restringe. E perdendo capacità di attrazione politica, perde anche credibilità strategica. Se l’allargamento si blocca, non saranno solo i Paesi candidati a sentirsi traditi. Sarà l’intero continente a perdere un vettore di stabilità, sicurezza e influenza.
L’Europa, oggi, deve decidere se essere un progetto vivo o un club chiuso. E questa decisione si giocherà nei prossimi anni, molto più rapidamente di quanto Bruxelles sia abituata a immaginare.