di Giuseppe Gagliano –
Per TotalEnergies il contesto di sicurezza della regione di Cabo Delgado, nel nord est del Mozambico, è tornato ad essere abbastanza “gestibile” da permettere lavoro e finanza, e che la reputazione potrà reggere l’urto delle accuse, delle inchieste e delle pressioni parlamentari in Europa. È una decisione che tiene insieme tre piani inseparabili: soldi, armi, narrativa.
I numeri sono enormi: un progetto da 20 miliardi di dollari, il più ambizioso sviluppo di gas liquefatto in Africa, fermo dal 2021 dopo l’offensiva jihadista. Ripartire significa rimettere in moto una macchina già avanzata, dare un orizzonte di export dal 2029 e riattivare la promessa di trasformare un Paese povero in un attore energetico globale. Ma significa anche riaprire un dossier che non è mai stato chiuso: cosa succede quando un’impresa opera in una zona di guerra e delega la sicurezza a forze armate locali, in uno spazio dove lo Stato è debole e l’impunità è una prassi?
Il Mozambico ha scoperto il gas e ha visto, per un attimo, il futuro: diventare esportatore di primo livello, attrarre capitali, creare lavoro, costruire infrastrutture. Poi è arrivata la guerra, e la cronologia è quella classica dei Paesi “promessi” alle risorse: aspettative gigantesche, istituzioni fragili, territorio periferico marginalizzato, e un’insurrezione che si nutre proprio di quella frattura.
La ripartenza del progetto può portare entrate e occupazione, ma apre due rischi economici strutturali:
– la dipendenza: se il Paese lega il proprio destino fiscale al gas, ogni scossa di prezzo o ogni stop di sicurezza diventa crisi di Stato.
– la distribuzione: Cabo Delgado è tra le aree più povere e dimenticate: se la ricchezza resta lontana dalle comunità locali, il gas non pacifica, alimenta reclutamento e risentimento. La promessa dei “posti di lavoro” è necessaria ma non sufficiente: conta la qualità della filiera, la formazione reale, l’indotto, e soprattutto la percezione che il beneficio non sia riservato a pochi.
C’è poi un elemento esterno: l’Europa, affamata di diversificazione dopo la crisi del gas russo, guarda a queste risorse con interesse. Ma la diversificazione energetica europea ha un costo politico: se compri gas da aree instabili, importi anche rischio, e devi decidere quanto sei disposto a chiudere gli occhi su come viene garantita la sicurezza.
Total riprende perché Maputo sostiene che la situazione è migliorata: le truppe regionali si sono ritirate o ridotte, mentre quelle ruandesi restano e i combattimenti, pur non finiti, sono più sporadici. È il quadro tipico della “stabilizzazione imperfetta”: abbastanza calma per costruire, non abbastanza pace per vivere.
Qui entra in gioco il nodo più delicato: la sicurezza non è un servizio neutro. È potere. E nelle zone di conflitto il potere spesso è brutale. Le accuse di violenze e uccisioni nella concessione, attribuite a soldati mozambicani presenti nell’area, hanno creato un cortocircuito: l’impresa sostiene di non avere prove, lo Stato nega, ma il punto politico resta in piedi. Se tu operi in un teatro instabile, e il tuo perimetro è protetto da forze che commettono abusi, la responsabilità morale e, potenzialmente, giuridica diventa un’ombra permanente.
Non è una questione astratta: alcuni governi europei hanno già ritirato o sospeso forme di sostegno finanziario. Questo significa che la ripartenza non si gioca solo sul terreno mozambicano, ma nei consigli di amministrazione, nei tribunali, nei parlamenti e nelle agenzie di credito all’esportazione. L’energia, qui, è una filiera di reputazione: se si spezza, non bastano i giacimenti.
L’insurrezione di Cabo Delgado ha dimostrato che un gruppo relativamente piccolo può bloccare investimenti colossali se colpisce nel punto giusto: infrastrutture, logistica, città-chiave come Palma, rotte di evacuazione, e soprattutto il simbolo del progetto ad Afungi. In questo tipo di guerra, il bersaglio non è vincere sul campo, ma rendere impossibile la normalità.
Per il governo mozambicano, mantenere il dispositivo di sicurezza significa dipendere da un alleato esterno (il Ruanda) e gestire un teatro che non può controllare con le sole forze nazionali. Questa dipendenza militare è anche dipendenza politica: chi ti garantisce l’ordine, in pratica, entra nella tua architettura di potere.
E c’è una dimensione regionale: il confine con la Tanzania, i flussi lungo l’Oceano Indiano, i collegamenti con reti jihadiste più ampie, anche solo sul piano della propaganda e del reclutamento. È un conflitto periferico solo sulla carta: tocca rotte marittime, investimenti asiatici, interessi europei e la sicurezza di un quadrante che collega Africa orientale e Indo-Pacifico.
Il ritorno di Total è anche un fatto francese. Per Parigi significa difendere un campione nazionale e una presenza energetica globale. Per l’Europa è una lezione scomoda: mentre si parla di transizione, si continua a dipendere da grandi progetti fossili, e spesso in Paesi dove lo Stato è debole e le fratture sociali sono profonde.
La geoeconomia è chiara: se il progetto arriva a regime, miliardi di esportazioni e un nuovo hub del gas liquefatto entrano nella partita. Ma la geopolitica dice che quel gas non è mai “solo gas”: è un flusso che richiede sicurezza permanente, accordi, basi logistiche, sorveglianza marittima, e quindi una presenza indiretta e stabile di attori esterni.
In pratica, Cabo Delgado diventa un laboratorio della nuova energia mondiale: non quella romantica, ma quella reale, dove la catena del valore include rischio politico, responsabilità legale, gestione delle crisi e un problema enorme di legittimità locale.
Il presidente mozambicano presenta la ripartenza come prova che Cabo Delgado non è solo terrorismo. È comprensibile: ha bisogno di raccontare un Paese che torna investibile. Ma la domanda vera è un’altra: il progetto sarà un acceleratore di sviluppo o una miccia lunga?
Se la ricchezza resta concentrata, se la sicurezza resta esternalizzata e opaca, se le comunità locali continuano a percepire il gas come espropriazione, allora la ripartenza rischia di essere solo una pausa tra due ondate di instabilità. Se invece Maputo usa l’occasione per rafforzare governance, servizi, redistribuzione e responsabilità nella gestione della sicurezza, allora il gas può diventare, per una volta, una leva di pacificazione.
Il problema è che questa seconda strada è la più difficile: richiede Stato, e richiede tempo. Il mercato, invece, vuole certezze subito. E in Cabo Delgado, come spesso accade, la storia nasce proprio dallo scontro tra questi due ritmi.












