di Giuseppe Gagliano –
Il governo federale somalo ha scelto la mossa più drastica: cancellare tutti gli accordi con gli Emirati Arabi Uniti, dai protocolli su sicurezza e difesa alle intese legate ai porti di Berbera, Bosaso e Kismayo. La motivazione ufficiale è pesante e volutamente ampia: “azioni ostili” che minano sovranità, unità territoriale e indipendenza politica. Tradotto: Mogadiscio accusa Abu Dhabi di giocare su due tavoli e di usare la Somalia come corridoio operativo per partite regionali che non coincidono con l’interesse somalo.
Dietro la formula diplomatica si intravedono due fratture. La prima riguarda il Somaliland, regione che si considera indipendente dal 1991 e che di recente ha incassato un riconoscimento internazionale altamente destabilizzante per l’intero continente africano. La seconda riguarda lo Yemen: secondo ricostruzioni circolate in ambienti governativi e regionali, gli Emirati avrebbero facilitato la fuga di un leader separatista yemenita attraverso scali e rotte somale, proprio mentre l’Arabia Saudita cercava di imporre una disciplina negoziale tra i suoi alleati nel Sud dello Yemen.
Berbera e Bosaso: infrastrutture che valgono più della loro banchina
Berbera, affacciata sul Golfo di Aden, non è un semplice porto. È un punto di controllo sulle rotte che collegano Mediterraneo e Oceano Indiano, sullo sfondo dello stretto di Bab el Mandeb. Bosaso, a sua volta, è una piattaforma logistica che può diventare base aerea, deposito, snodo di transito. In questa geografia, chi gestisce un porto non gestisce solo container: gestisce accessi, influenze, protezioni e, spesso, anche milizie.
Kismayo e le autonomie locali: il limite del potere federale
Il problema, per Mogadiscio, è che questi porti si trovano in territori dove il controllo del governo centrale è fragile e spesso mediato da amministrazioni locali semi autonome. È qui che la strategia emiratina è stata più efficace negli ultimi anni: rapporti diretti con le autorità regionali, aggirando la capitale. Per questo l’annullamento degli accordi somiglia a una dichiarazione di sovranità, ma rischia di trasformarsi in un braccio di ferro che la Somalia, militarmente, fatica a imporre.
Le accuse di “interferenza” non nascono nel vuoto. Nel Corno d’Africa e nel Golfo di Aden la logistica è potere militare: piste, hangar, aerei da trasporto, movimenti di uomini e mezzi. Se una base serve a sostenere alleati nello Yemen, o a rifornire forze in Africa, cambia l’equilibrio regionale senza che venga sparato un colpo sul territorio somalo. È l’arte della proiezione a basso costo: si sposta il baricentro senza dichiararlo.
Se Abu Dhabi riduce la presenza ufficiale, può aumentare quella indiretta: consulenti, sicurezza privata, sostegno a interlocutori locali. Mogadiscio, per risposta, può cercare coperture altrove. Il risultato non è stabilità, ma competizione: più attori, più sospetti, più incidenti. In un’area dove l’autorità statale è già contestata, ogni rivalità esterna tende a tradursi in frammentazione interna.
Berbera è uno dei simboli della presenza emiratina: investimenti ingenti, promesse di collegare l’entroterra etiope senza sbocco sul mare a uno sbocco commerciale stabile. Se questa architettura entra in crisi, si apre un doppio danno: per chi ha investito e per chi sperava di trasformare il porto in un volano economico. Ma c’è anche un terzo effetto: l’incertezza spaventa gli altri investitori, e in Paesi fragili la reputazione vale quanto il denaro.
Gli Emirati, se scelgono la linea dura, possono ridurre fondi, sostegni e progetti legati al governo federale e spostare risorse su figure dell’opposizione o su poteri locali. È una leva classica: non serve conquistare territorio, basta ridurre la capacità di governare. Mogadiscio, dall’altra parte, mantiene almeno un’arma giuridica e amministrativa: contestare concessioni, bloccare autorizzazioni, mettere in discussione asset strategici. Ma per usarla davvero servono istituzioni solide, e qui sta il punto debole.
La frattura tra Arabia Saudita ed Emirati non è nuova, ma nel Corno d’Africa diventa particolarmente pericolosa perché si innesta su Stati fragili e territori contesi. Mogadiscio si avvicina a Riad perché vede nella monarchia saudita un garante dell’unità somala e un contrappeso all’attivismo emiratino. Riad, però, valuta anche l’affidabilità della leadership somala, soprattutto in una fase pre elettorale confusa.
Il riconoscimento del Somaliland è una miccia geopolitica: se passa l’idea che una secessione di fatto possa essere premiata, altri movimenti potrebbero provarci. Per questo molte capitali africane e arabe lo considerano un precedente tossico. In più, il Golfo di Aden oggi è una piattaforma di competizione: controllo delle rotte, pressione sui ribelli yemeniti, influenza sulle coste africane. La geoeconomia qui non è teoria: è la catena che lega porti, basi, assicurazioni marittime, sicurezza delle navi, e quindi prezzi e stabilità.
Mogadiscio ha alzato la voce con un atto politico totale: cancellare tutto. Ma la sua efficacia dipenderà da due fattori che la Somalia controlla solo in parte: la disciplina delle amministrazioni locali e il sostegno esterno che riuscirà a costruire senza diventare ostaggio di un nuovo protettore. Se la crisi si chiude con una semplice redistribuzione di influenze tra potenze regionali, la Somalia avrà perso due volte: la sovranità proclamata e la stabilità necessaria per farne uno Stato. Se invece saprà sfruttare la rivalità tra attori del Golfo per ottenere garanzie, investimenti trasparenti e un riequilibrio istituzionale interno, allora questa rottura potrebbe diventare, per una volta, un punto di svolta.












