di Giuseppe Gagliano –
L’idea lanciata da Bangkok durante la riunione dei ministri degli Esteri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico è semplice e insieme scivolosa: con il prossimo governo del Myanmar, quello che nascerà dopo il voto organizzato e controllato dai militari, serve un coinvolgimento “a parametri”, non un riavvicinamento pieno. In altre parole: non si tratta di riammettere subito i generali al tavolo politico dell’organizzazione, ma di costruire un canale operativo che costringa il nuovo potere a dare qualcosa in cambio, soprattutto su due fronti che l’ASEAN considera decisivi: riduzione della violenza e accesso agli aiuti umanitari.
La Thailandia ammette ciò che molti Paesi della regione pensano ma non dicono troppo forte: il Myanmar è troppo grande, troppo instabile e troppo strategico per essere congelato all’infinito. Eppure è anche troppo “tossico” per essere riabilitato senza condizioni, perché equivarrebbe a trasformare un voto non inclusivo, in piena guerra civile, in un certificato di normalità.
Il problema, per l’ASEAN, è che questo ciclo elettorale ha un doppio messaggio. Per i militari, è la dimostrazione di una legittimità interna che prescinderebbe da qualunque giudizio esterno. Per i critici, è una rappresentazione pensata per perpetuare il controllo dell’esercito, escludendo opposizioni e ribelli. Le Filippine, che presiedono l’ASEAN nel 2026, scelgono una formula diplomatica: non è sostegno, ma la speranza che perfino un processo imperfetto possa aprire uno spiraglio. Lo spiraglio ha un nome, ed è lo stesso da anni: il consenso in cinque punti, cioè cessazione della violenza, dialogo tra le parti, mediazione, aiuti e un percorso politico credibile.
Qui sta la vera partita. Il consenso in cinque punti è diventato il minimo comune denominatore, ma è anche un contenitore svuotato: tutti lo citano, pochi lo applicano. Bangkok propone di usarlo come strumento di pressione pratica, fissando criteri verificabili: se il nuovo governo allarga l’accesso umanitario e abbassa l’intensità del conflitto, allora si apre un canale; se non lo fa, la porta resta socchiusa.
Dal punto di vista militare, la guerra civile in Myanmar non è più una questione domestica. Ha prodotto zone grigie lungo le frontiere, traffici, milizie transfrontaliere, flussi di profughi e un logoramento che coinvolge i vicini. Per la Thailandia, che condivide confini e interessi economici diretti, la priorità non è una vittoria “morale”, ma una stabilizzazione sufficiente a evitare che l’instabilità scivoli oltreconfine.
In questo scenario, un coinvolgimento a parametri è anche un modo per ridurre il rischio di incidenti: meno scontri vicino alle frontiere, più accesso per gli aiuti, minore probabilità che la crisi diventi un pretesto per interventi indiretti di attori esterni. Ma l’azzardo è evidente: parlare con un potere militare che non sente pressione reale può trasformarsi in una normalizzazione di fatto, senza ottenere in cambio concessioni sostanziali.
Sul piano economico la posta è alta e spesso sottovalutata. Il Myanmar è un nodo di manodopera, materie prime, produzioni leggere e rotte terrestri tra subcontinente indiano, Cina e penisola indocinese. Un Paese in guerra è un moltiplicatore di costi: interrompe catene di fornitura, aumenta i rischi per le imprese, spinge capitali verso mercati percepiti come più stabili. Per i vicini, significa anche una pressione sociale: rifugiati, lavoro informale, traffici illeciti, crescita della criminalità lungo le zone di confine.
Ecco perché l’ASEAN cerca un compromesso: evitare la legittimazione politica, ma recuperare un minimo di prevedibilità economica. Un accesso umanitario più ampio e una riduzione della violenza non sono solo obiettivi etici; sono condizioni per far ripartire trasporti, commercio e investimenti, e per impedire che il Myanmar diventi un buco nero capace di drenare risorse e attenzione per anni.
Questa discussione sul Myanmar si intreccia con gli altri dossier affrontati nella stessa riunione, e non è un dettaglio. Le Filippine vogliono accelerare la chiusura del codice di comportamento nel Mar Cinese Meridionale, basandolo sul diritto del mare e rendendolo vincolante. È il punto in cui geopolitica e geoeconomia coincidono: senza regole chiare sugli incidenti in mare, ogni scontro tra navi diventa una crisi che minaccia traffici, porti, assicurazioni e rotte commerciali.
Nel frattempo, l’organizzazione deve anche gestire la fragilità del cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia, monitorato da una squadra di osservatori dell’ASEAN. Qui il messaggio è trasparente: l’associazione è chiamata a fare da stabilizzatore regionale proprio mentre è attraversata da divisioni interne, pressioni esterne e rivalità nazionali.
Il Myanmar è quindi un banco di prova della “centralità” dell’ASEAN. Se l’organizzazione non riesce a produrre risultati minimi, altri attori riempiranno il vuoto: potenze vicine, reti economiche parallele, influenze politiche che trasformano l’instabilità in leva. Il coinvolgimento a parametri, allora, è un tentativo di salvare due cose insieme: la faccia e la funzione. Ma per riuscirci serve una condizione che oggi manca: la capacità di far seguire alle parole conseguenze concrete. In caso contrario, il “nuovo coinvolgimento” rischia di diventare soltanto un nuovo modo di prendere tempo.












