Myanmar. L’ASEAN ci riprova, ma la pace che non decolla

di Giuseppe Gagliano

Quando l’ASEAN convoca un “incontro con le parti interessate”, di solito sta dicendo due cose insieme: che vuole mostrare iniziativa e che non può permettersi di esporsi troppo. A Tagaytay, nelle Filippine, la presidenza di turno ha provato a rimettere in moto il meccanismo più citato e meno efficace della crisi birmana: quel “consenso in cinque punti” concordato nel 2021 e rimasto, nei fatti, un elenco di buone intenzioni. De escalation, aiuti umanitari, dialogo politico: il vocabolario è quello classico. Il problema è che la guerra civile del Myanmar non è un problema di vocabolario. È un problema di rapporti di forza.
La novità non sta tanto nel formato, quanto nel ritmo: Manila ha voluto far vedere che in un mese si può aprire un canale con “gruppi politici importanti”, senza rendere pubblici i nomi e senza la giunta al tavolo. È diplomazia prudente: utile per non bruciarsi, insufficiente per cambiare davvero le cose. Eppure, in un contesto in cui l’ASEAN ha spesso preferito l’immobilismo al rischio, anche la prudenza può diventare un segnale.
Il fatto che il governo militare non fosse rappresentato alla riunione è una scelta che tutela la faccia dell’ASEAN e soprattutto delle Filippine: evita l’accusa di fare da stampella alla giunta. Ma apre una contraddizione: come si negozia una de escalation senza l’attore che controlla l’apparato militare e la macchina dello Stato? La risposta implicita è che l’ASEAN sta tentando di costruire una piattaforma parallela di contatti, che costringa la giunta a non ignorare il processo. È un’idea sensata, ma fragile: funziona solo se le parti non militari hanno capacità di controllo territoriale e se le pressioni esterne rendono costoso restare fuori.
Qui entra in gioco un elemento che l’ASEAN evita sempre di dire ad alta voce: il Myanmar è diventato un problema regionale non solo per ragioni morali o umanitarie, ma perché è un buco nero di sicurezza, traffici, rifugiati e instabilità lungo frontiere sensibili. E quando un conflitto si regionalizza, le diplomazie si muovono anche senza aspettare che la “soluzione perfetta” sia pronta.
Il Myanmar è ricco di risorse, ma una guerra civile rende le risorse un moltiplicatore di conflitto: miniere, legname, rotte commerciali e valichi di frontiera diventano casse fiscali per chi li controlla. In un Paese frammentato, l’economia non collassa soltanto: si riconfigura in feudi, filiere opache e circuiti di rendita. Il risultato è un paradosso: la crisi umanitaria peggiora, ma alcune reti economiche prosperano. Questo riduce gli incentivi alla pace per molti attori locali e complica il lavoro dell’ASEAN, che parla di aiuti e dialogo mentre sul terreno si consolidano economie di guerra.
Per i Paesi della regione, inoltre, la stabilità non è una categoria astratta: significa ridurre i costi di gestione delle frontiere, dei flussi di profughi, della criminalità transnazionale. Significa anche proteggere investimenti e catene logistiche. In questo senso, ogni “passo avanti” diplomatico è anche un tentativo di mettere un tappo a un rischio economico crescente.
Il conflitto birmano oggi assomiglia a una guerra a mosaico: l’esercito mantiene capacità di fuoco e controllo di aree chiave, ma fronteggia una costellazione di gruppi armati etnici e forze di resistenza con geometrie variabili. In questo tipo di guerra, il cessate il fuoco non è un interruttore: è una serie di micro-intese locali, facilmente reversibili. Ecco perché l’ASEAN insiste sulla “de escalation” invece che sul “cessate il fuoco”: è un obiettivo meno impegnativo, ma anche meno decisivo.
Il Fronte Nazionale Chin che definisce positivo l’incontro segnala un punto importante: se alcune componenti armate percepiscono l’ASEAN come canale credibile, il blocco può almeno ridurre la distanza tra campo di battaglia e tavolo diplomatico. Ma finché non si trova un modo per coinvolgere, contenere o disincentivare la giunta, l’effetto resta limitato: l’attore con più potenza militare può sempre decidere che il costo politico di ignorare l’ASEAN è sostenibile.
L’ASEAN nasce come macchina di gestione delle differenze, non come alleanza coercitiva. Il suo istinto è la non ingerenza, la mediazione morbida, l’ambiguità costruttiva. Ma il Myanmar è l’esatto contrario di un dossier “gestibile”: divide i membri, attira attenzioni esterne, mette in crisi l’idea stessa di stabilità regionale. Le Filippine provano a riaprire il dossier perché l’alternativa è lasciarlo marcire. E un conflitto che marcisce, in Asia, prima o poi diventa terreno di competizione tra potenze, di forniture militari, di influenza sui corridoi logistici e sulle risorse.
In questo quadro, anche la questione elettorale è un punto delicato: elezioni “a fasi”, bassa affluenza, un partito alleato con l’esercito vincitore, critiche occidentali e assenza di osservatori ASEAN. È la scenografia perfetta per un obiettivo tipico delle giunte: trasformare la forza in legittimità procedurale. Ma se la regione non certifica, e l’Occidente denuncia, il voto non risolve nulla: aggiunge solo un altro strato di contesa sulla parola più importante di tutte, “legittimità”.
L’iniziativa di Tagaytay è utile come riapertura del canale e come messaggio politico: “ci stiamo muovendo”. Ma la pace in Myanmar non è bloccata perché manca un incontro. È bloccata perché nessuno, finora, ha trovato la combinazione di pressioni e incentivi capace di cambiare i calcoli dei protagonisti armati. Se l’ASEAN riuscirà almeno a ottenere finestre umanitarie più ampie e una riduzione selettiva della violenza in alcune aree, potrà rivendicare un risultato realistico. Se invece si limiterà a riunioni senza leva, il consenso in cinque punti resterà quello che è da anni: un testo che tutti citano, perché nessuno può farlo rispettare.