Myanmar. Pechino legittima Min Aung Hlaing e rafforza la propria presa strategica

di Giuseppe Gagliano –

La visita di Min Aung Hlaing a Pechino segna un passaggio politico rilevante nella crisi del Myanmar. La Cina ha scelto di offrire al leader militare birmano una legittimazione di alto livello, trasformando la fragilità del Paese in una leva strategica per consolidare la propria influenza nel Sud Est asiatico.
L’incontro con Xi Jinping consente a Min Aung Hlaing di mostrare di non essere isolato dopo il colpo di Stato del 2021, la guerra civile e la trasformazione formale della giunta in potere presidenziale. Per Pechino, tuttavia, il Myanmar non è un alleato ideologico, ma un corridoio verso l’Oceano Indiano, una frontiera sensibile e una riserva di risorse minerarie fondamentali.
I diciotto accordi firmati durante la visita riguardano trasporti transfrontalieri, libero scambio, sanità, assistenza in caso di calamità naturali e cooperazione nell’informazione. Dietro il linguaggio diplomatico, però, emerge l’interesse cinese a proteggere infrastrutture, rotte commerciali e accesso alle materie prime.
Lo Stato di Kachin, attraversato dai combattimenti, ospita importanti giacimenti di terre rare pesanti, mentre lo Stato Shan collega il Myanmar alla Cina attraverso aree di frontiera decisive per gli scambi. La presenza nella delegazione birmana dei primi ministri di queste regioni indica che il confronto ha riguardato anche miniere, energia, confini, strade e controllo del territorio.
Anche la possibile riapertura del progetto della diga di Myitsone, investimento cinese da 3,6 miliardi di dollari sospeso nel 2011, conferma il peso geoeconomico del Myanmar per Pechino. Per la Cina il Paese è una piattaforma strategica; per Naypyidaw è allo stesso tempo protezione, finanziamento e rischio di subordinazione.
La posta più importante resta il corridoio economico tra la provincia cinese dello Yunnan e il Golfo del Bengala. Oleodotti, gasdotti, strade, ferrovie e porti in acque profonde servono a ridurre la dipendenza cinese dalle rotte marittime più esposte e a garantire un accesso terrestre all’Oceano Indiano.
Proprio per questo il Myanmar vale più del suo peso economico. È uno Stato povero, instabile e lacerato dalla guerra, ma la sua posizione geografica lo rende essenziale nella strategia cinese. La Nuova Via della Seta passa anche da qui, attraverso un Paese debole che ha bisogno di sostegno diplomatico, investimenti e protezione politica.
Dal punto di vista militare, Pechino non vuole il crollo del Myanmar. Un collasso totale provocherebbe profughi, traffici illegali, gruppi armati fuori controllo e rischi diretti per i progetti cinesi. La Cina cerca stabilità, non necessariamente riconciliazione nazionale, e per questo continua a considerare l’esercito birmano l’interlocutore più utile.
Le forze armate controllano ancora gli apparati centrali, ma hanno perso terreno in molte aree periferiche. Pechino mantiene quindi una linea flessibile: sostiene il potere centrale quando serve, ma conserva contatti anche con realtà locali e gruppi di frontiera capaci di garantire sicurezza agli interessi cinesi.
Min Aung Hlaing ottiene così un riconoscimento importante, ma non una soluzione alla guerra interna. Xi può rafforzarlo sul piano diplomatico, non restituirgli il pieno controllo del territorio. La Cina può proteggerlo dall’isolamento internazionale, ma non cancellare la frattura birmana.
L’isolamento occidentale del Myanmar ha favorito l’avanzata cinese. Sanzioni e condanne hanno colpito la giunta, ma non l’hanno rovesciata, mentre Pechino è rimasta sul terreno, trattando, investendo, mediando e facendo pressione quando necessario.
La Cina non ha bisogno di proclamare una conquista: le basta diventare indispensabile. Oggi, per il potere birmano, Pechino lo è. Gli arresti di Min Zin, studioso birmano americano fermato in Cina con l’accusa di spionaggio, e di Adam Castillo, ex ufficiale dei Marines ed ex presidente della Camera di Commercio Americana in Myanmar, confermano il clima opaco in cui diplomazia, intelligence, affari e controllo dell’informazione si sovrappongono.
Per Min Aung Hlaing la visita a Pechino è una vittoria d’immagine. Può mostrarsi ricevuto dal presidente cinese, firmare accordi e presentarsi come guida riconosciuta da una grande potenza. La vittoria strategica, però, appartiene soprattutto alla Cina.
Pechino non ha scelto un partner forte, ma un partner debole e necessario. Non ha risolto la crisi del Myanmar, l’ha trasformata in una leva. La giunta ottiene ossigeno politico; la Cina ottiene spazio, risorse, accessi e influenza.
Il popolo birmano resta invece stretto tra guerra interna, crisi economica e ambizioni straniere. L’abbraccio di Xi a Min Aung Hlaing non chiude la crisi, ma la inserisce in una nuova gerarchia regionale, con la Cina in posizione dominante e il Myanmar sempre più necessario agli altri e sempre meno padrone di sé stesso.