Myanmar. Si apre il caso all’Aja

di Simone Frusciante

Alla Corte Internazionale di Giustizia il Gambia accusa il Myanmar di aver perpetrato un genocidio ai danni dei Rohingya in violazione della Convenzione del 1948.
Il 12 gennaio scorso alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aia è iniziata la fase di udienze sul merito del caso presentato dal Gambia contro il Myanmar, imputato per il genocidio ai danni della popolazione di etnia Rohingya in violazione della Convenzione del 1948. Esso rappresenta la prima occasione in cui un’accusa di genocidio è mossa da uno Stato terzo a protezione di un’altra nazione o gruppo, in virtù degli obblighi erga omnes sanciti dalla Convenzione.
Il caso fu sottoposto all’esame della CIG l’11 novembre 2019 da parte del Gambia, il quale agiva in rappresentanza dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI). Nell’istanza presentata dal team dell’accusa erano descritti crimini quali omicidi di massa, stupri e distruzione delle comunità da parte dell’esercito del Myanmar contro i Rohingya nello Stato del Rakhine a partire dall’ottobre 2016. Il team difensivo, guidato dall’allora leader birmana Aung San Suu Kyi, sostenne che le informazioni fornite dal Gambia fossero “incomplete e fuorvianti”.
Governo ed esercito birmano riferirono che le operazioni militari compiute nel Rakhine non mirassero ai civili, bensì a gruppi armati come l’Arakan Rohingya Salvation Army, i quali intendevano minare l’unità nazionale. Ciononostante, le dichiarazioni non convinsero e attirarono aspre critiche su Aung San Suu Kyi, gettando pesanti ombre su colei che era sempre stata ritenuta un’icona per la pace, la democrazia e i diritti umani, tanto da vincere il Premio Nobel nel 1991.
Nel gennaio 2020, dopo la fase delle udienze preliminari, la CIG intimò misure precauzionali da parte del Myanmar affinché fosse prevenuto il compimento di atti con intento genocida contro i Rohingya, pendente l’esame del caso. Da allora, a seguito di numerose proroghe e ritardi procedurali, si è giunti alla fase delle udienze sul merito. Bisogna ricordare che nel 2021 il governo di Aung San Suu Kyi è stato destituito da un golpe militare e che in Myanmar è in atto una guerra civile.
I Rohingya sono un gruppo etnico di religione prevalentemente musulmana e concentrati soprattutto nello Stato del Rakhine, situato nell’ovest del Myanmar. Già da prima della crisi in corso, essi furono soggetti a discriminazioni e persecuzioni, come la negazione della cittadinanza, dal momento che essi non sono riconosciuti come indigeni, bensì immigrati illegali dal vicino Bangladesh, ma il punto più basso nella storia del gruppo fu raggiunto a partire dalla fine del 2016.
In quei mesi vennero riportati crimini da parte dell’esercito birmano, come arresti arbitrari, torture, omicidi extragiudiziali, stupri e altre atrocità contro i civili. Una missione delle Nazioni Unite asserì che vennero uccise almeno 10.000 persone, mentre 700/800.000 Rohingya fuggirono in Bangladesh via terra e in altri Paesi della regione, come India, Thailandia e Malesia, spesso su imbarcazioni di fortuna che hanno poi subìto incidenti, causando un numero imprecisato di vittime.
Particolarmente drammatica risulta la situazione nel campo profughi di Cox’s Bazar in Bangladesh, poco distante dalla frontiera con il Myanmar, dove si stima che oggi viva oltre 1 milione di Rohingya apolidi, poiché nessuno Stato li riconosce come propri cittadini. Le condizioni umanitarie sono andate peggiorando, a causa del crescente flusso di migranti e della ridotta assistenza estera, accentuatasi col congelamento degli aiuti statunitensi stabilito dal Presidente Donald Trump nel 2025, che aggrava la penuria di beni di prima necessità, come cibo, medicinali e materiale scolastico.
Le autorità del Bangladesh hanno rivolto ripetuti appelli alla comunità internazionale affinché essa si faccia carico della questione, reputata troppo onerosa per il Paese che, va ricordato, da oltre un anno si trova in una delicata transizione politica ed economica dopo il rovesciamento del governo di Sheikh Hasina. Le forze di sicurezza non riescono a far fronte ai fenomeni di violenza derivanti da attività di gruppi armati che operano nel campo, i quali agiscono con totale impunità.
L’auspicato ritorno dei Rohingya in patria risulta nell’attualità altamente improbabile; pur laddove la CIG dovesse sentenziare che il Myanmar è colpevole di genocidio, essa non ha a disposizione mezzi coercitivi per far sì che le proprie decisioni siano implementate e nemmeno un voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sarebbe funzionale in tal senso, poiché vi siedono Russia e Cina, che negli ultimi anni si sono dimostrate fortemente a sostegno della giunta militare al potere.
La CIG non è l’unico organismo che si occupa della questione; anche la Corte Penale Internazionale (CPI) ha aperto un’indagine sulla presunta deportazione forzata dei Rohingya e nel 2024 ha emesso un mandato di arresto contro il leader birmano Min Aung Hlaing. Non è ancora certo quando la CIG emanerà la sentenza, che potrebbe però arrivare entro quest’anno; tuttavia, è previsto che essa abbia una portata simbolica più che pratica. Sebbene un verdetto sfavorevole al Myanmar costituirebbe un notevole precedente, difficilmente avrebbe effetti concreti sui martoriati Rohingya.