Myanmar. Un voto carico di tensioni

Molti osservatori ritengono che le elezioni siano un diversivo dei militari per rimanere al potere.

di Simone Frusciante

A quasi cinque anni dal golpe del 2021, il Myanmar andrà al voto in un’elezione multifase che avrà inizio il prossimo 28 dicembre e i cui risultati dovrebbero essere noti entro fine gennaio. L’annuncio era stato fatto dalla giunta la scorsa estate, nel momento in cui lo Stato di emergenza, in vigore sin dalla presa del comando da parte dei militari, è stato revocato il 31 luglio dopo essere stato prorogato diverse volte, così da poter consentire l’avvio delle procedure necessarie per l’organizzazione della consultazione elettorale.
Il voto si svolge in un clima estremamente teso nel Paese, devastato da una guerra civile scoppiata a breve distanza dal colpo di Stato tra le forze del leader Min Aung Hlaing e le milizie del Governo di Unità Nazionale, formato da ex parlamentari e membri dell’esecutivo di Aung San Suu Kyi, deposta e condannata a 27 anni di carcere per svariate accuse, che si reputano politicamente motivate. A ciò si aggiunge una guerra parallela che vede coinvolte le truppe delle numerose minoranze etniche che da decenni sono in lotta con l’amministrazione centrale per l’autodeterminazione.
In vista delle elezioni, l’esercito ha ulteriormente inasprito il proprio controllo, soprattutto sui media; sui giornali e sui social network è vietato qualsiasi tipo di critica, in base alla recente legge che mira a prevenire “la perturbazione e il sabotaggio delle elezioni generali democratiche multipartitiche”. Le punizioni previste sono molto severe e, in alcuni casi, possono anche consistere nella pena di morte. Alla luce di ciò, molti osservatori sostengono che il voto non sia altro che una frode tesa ad assicurare la sopravvivenza del regime e garantirgli legittimità.
Decine di partiti sono stati smantellati, tra cui la National League for Democracy di Suu Kyi, la più grande formazione politica del Myanmar. Solo a pochi partiti è stato consentito di registrarsi, tra cui spicca lo Union Solidarity and Development Party, il cui leader Khin Yi è considerato stretto alleato di Min Aung Hlaing. Se, come ci si attende, il partito trionferà alle elezioni, non potrebbe escludersi l’ipotesi che questi ultimi diventino rispettivamente Capo del Governo e Presidente della Repubblica, mentre il Parlamento risulterà dominato dai partiti vicini all’establishment militare.
Alcune settimane fa, era stata proclamata la concessione dell’amnistia a più di 8.000 detenuti; anche in questo caso, tuttavia, tale mossa è stata vista come un modo per distrarre l’attenzione dalle atrocità commesse dalle forze armate contro la popolazione, inclusi estesi bombardamenti su scuole, ospedali e altre infrastrutture civili. Inoltre, non è chiaro quanti dei detenuti graziati siano stati effettivamente rilasciati, mentre delle figure chiave come Suu Kyi e l’ex presidente, anch’egli rimosso dall’incarico, Win Myint, restano detenuti insieme ad altre decine di migliaia di prigionieri politici, il cui numero è stimato tra i 20mila e i 30mila.
Un altro elemento da non sottovalutare è che l’esercito abbia un effettivo controllo su poco più della metà delle 330 municipalità del Myanmar, date le ingenti conquiste territoriali effettuate dalle forze di opposizione in questi ultimi anni. Ciò significa che quasi la metà del popolo birmano non avrà la possibilità di prendere parte al voto, il che pone seri ed ulteriori dubbi sulla democraticità di queste elezioni. Nondimeno, i militari hanno deciso di andare avanti nello svolgimento della consultazione elettorale, ostentando un’autorità ampiamente diffusa che di fatto non hanno.
Il voto, che molte organizzazioni in difesa della democrazia e dei diritti umani hanno richiesto alla comunità internazionale di non riconoscere, sarà molto seguìto anche all’estero, in primo luogo dagli altri Stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, che hanno avuto difficoltà ad elaborare una strategia coesa per affrontare la crisi. Dopo aver impedito a rappresentanti di alto livello della giunta di partecipare ai Summit regionali in ragione della mancata cessazione delle violenze, l’ASEAN ha fatto sapere che non invierà osservatori per supervisionare il voto.
Grande attenzione al voto sarà rivolta anche dalla Cina, giudicata uno tra i principali sostenitori del regime militare. Pechino ha anche cercato di mediare accordi per raggiungere una tregua tra l’esercito e alcune milizie etniche, allo scopo di porre fine all’instabilità e rafforzare la sicurezza. La situazione in Myanmar, infatti, presenta gravi rischi per l’intera regione, a causa degli ingenti flussi migratori verso i Paesi confinanti, nonché dell’aumento nel traffico di armi e droghe. La vicina Thailandia ha affermato che sarà complicato cooperare con Naypidaw anche dopo le elezioni.
Finora il conflitto ha mietuto 6.800 vittime civili e da quasi cinque anni il Paese vive una catastrofica crisi umanitaria: attualmente risultano circa 3.6 milioni di sfollati interni, mentre si stima che nel 2026 oltre 16 milioni di persone, quasi un terzo del totale, necessiteranno di assistenza. Stanti le condizioni sopra menzionate, il voto rischia di esacerbare e non alleviare una situazione già molto compromessa, rendendo il destino della nazione e del suo popolo ancora più incerto.